Il caso Regeni e le leggi dello scambio

Diciamoci la verità: fa un certo effetto vedere i genitori di Giulio Regeni battersi, per lunghi dieci anni, contro i mulini a vento di un diritto che rincorre affannosamente il reo senza trovarlo. E quando ritiene di averlo trovato incappa nei tre gradi di giudizio e nella possibilità della prescrizione. Non solo, ma di trovarsi fin dal primo grado di giudizio di fronte a una levata di scudi delle supreme leggi dello scambio delle leggi impersonali dell’economia.

In queste poche note non ci occupiamo di cosa facesse il giovane universitario italiano in Egitto o quali siano stati i motivi per cui fu preso e ucciso in malo modo non da un gruppo di delinquenti comuni ma da personaggi dello Stato d’Egitto, dunque con una responsabilità politica di rilievo.

Giustizia per Giulio Regeni? Favole per i fessi o per i poveri familiari che si sono consumati nella vana illusione di « avere giustizia ». Da chi si vuole giustizia? è la domanda. Dai tanti ciarlatani sia della carta stampata che dei talk show di intrattenimento tra uno spot per una marca di pasta, di un panettone o un salame, o l’ultima moda di collant? Cerchiamo una volta tanto di essere seri, affrontando le questioni per come vanno realmente analizzate: può una sentenza su Giulio Reggeni, dopo dieci anni, avere un peso importante nei rapporti tra l’Italia e l’Egitto, come da più parti si domanda? Così va posta la questione, altrimenti continuiamo col chiacchiericcio fra gli spot dei talk show.

« Noi con Giulio Ma non si può mollare l’Egitto » è l’editoriale a firma del noto liberista Alessandro Sallusti. Il quale fa un sano ragionamento di pragmatismo economico politico: « Detto che i genitori del ragazzo hanno tutto il diritto di chiedere qualsiasi cosa senza dover essere giudicati, tanto meno da me, stupisce però la fuga in avanti della sinistra politica e culturale che invoca  » ecco il punto qualificante della questione « addirittura la rottura di qualsiasi rapporto con l’Egitto di Al Sisi, formalmente una repubblica semipresidenziale ma di fatto una autarchia che » attenzione bene! « potrebbe rientrare nella teorica lista dei cosiddetti “stati canaglia”. Bene, se dovessimo applicare alla lettera la questione di principio posta dal caso Regeni dovremmo rompere le relazioni con decine di Paesi, cosa nobile ma inutile quanto controproducente in base al principio detto di Realpolitik in uso, con successo, da un paio di secoli. In pratica si tratta di adottare una politica basata sul pragmatismo e sul realismo che » attenzione bene! « antepone gli interessi nazionali ai principi etici, morali e ideologici ».

Il lettore ci perdonerà se facciamo lunghe citazioni, perché è opportuno chiarire bene il senso di cosa vuol dire liberismo, che è una espressione che racchiude una miriade di fattori, che un corretto spirito critico – quale riteniamo di esprimere – non solo non deve ignorare ma neppure tentare di mistificane il senso.

Impudenza dello scambio e impotenza del diritto

Sicché al dunque, ovvero quando cioè le questioni non si possono più infiocchettare, per i fattori che la crisi generata dalle leggi del modo di produzione capitalistico, si mette da parte ogni valore per innalzare quello fondamentale, cioè il rapporto economico di scambio tra gli uomini, i mezzi di produzione e le materie prime. E bisogna ringraziare i propagandisti del liberismo che messi alle strette sono chiamati a dire la verità, perché, per dirla con Lucrezio « Le cose fanno luce sulle cose ».

Sicché, a giusta ragione, il liberista è chiamato a dire a chiare lettere come stanno realmente le cose, e chi viene profumatamente pagato per farlo, non si può sottrarre. E dunque: « Il problema non è quanto sia mascalzone Al Sisi (certamente lo è e pure tanto) ma quanto sia utile inimicarsi » attenzione bene! « il più importante, grande e stabile paese dell’area mediterranea oggi nostro partner sia nell’approvvigionamento energetico che nel contenimento dei flussi migratori e pure nella lotta all’estremismo islamico ».

Dunque cosa si vuole che possa rappresentare, nei rapporti fra due Stati, la vita di un giovane di 28 anni rispetto agli interessi economici, politici e sociali? Non solo, ma l’editorialista Sallusti, proprio per dimostrare la necessità da cui l’Italia dello scambio è mossa, va fino in fondo: « Non si può dire apertamente ma le cose stanno esattamente così  e chi governa bene fa a tenerne conto ». Difatti l’insieme del governo attuale è deciso a tenerne conto.

Attenzione, perché non c’è solo l’editorialista da propaganda in prima pagina, ma c’è pure l’analista nelle pagine interne, cioè per gli addetti ai lavori, come Andrea Morigi che ci riporta al presente, ovvero a un altro tempo storico (come spesso andiamo ripetendo nei nostri scritti): « Ai pochi altri che magari continuano a sognare un raìs panarabo, come lo fu Nasser nel secolo scorso, va ricordato che furono sconfitti lui e il suo progetto filosovietico. » attenzione bene al nuovo tempo storico « E che il mondo attuale non è più diviso in due blocchi contrapposti ».

E dunque: « Il presidente egiziano può anche risultare repellente ai raffinati sostenitori dei diritti umani, ma ha una indubbia legittimazione democratica, sancita dalle elezioni del 2014, del 2018 e del 2023. Governa con un pugno di ferro un Paese le cui carceri ospitano migliaia di oppositori. E gli stivali chiodati non piacciono a nessuno, soprattutto a chi viene calpestato. Da quella macchina repressiva Giulio Regeni è stato stritolato a morte nel gennaio 2016 e dopo più di dieci anni non si sa ancora chi lo ha torturato e ucciso. Una sentenza stabilisce che i responsabili del suo rapimento sono tre ufficiali appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani. Condannati » ma da un tribunale italiano, aggiungiamo noi « a dieci anni di carcere, ma irreperibili e indisponibili a scontare la pena, grazie all’aiuto delle autorità locali, che non hanno fatto altro che ostacolare le indagini della Procura di Roma sul caso ».

Conclude l’analista Andrea Morigi: « Chi pensa che, allo scopo di condurre  i colpevoli nelle nostre carceri, sia opportuno mettere a rischio le relazioni diplomatiche dell’Italia con l’Egitto, forse non ha messo sul piatto della bilancia della giustizia il peso internazionale rappresentato dall’influenza del Cairo, che nell’ultimo decennio ha saputo mantenere le istituzioni stabili e, nel paese che ha visto la fondazione dei Fratelli Musulmani, ha tenuto a bada il terrorismo islamico, pur trovandosi al centro delle turbolenze del Medio Oriente e dell’Africa. » e che « Da lì passano i confini terrestri con Israele e Gaza, con il Sudan, con la Libia, oltre che lo strategico Canale di Suez ». E da parte nostra aggiungiamo: ragion per cui l’Egitto ha giocato un ruolo non proprio amichevole nei confronti della tragedia palestinese, e ci fermiamo qui.

Il liberismo e il « che fare? », ovvero il chefarismo come concezione teorico-politica

Veniamo a come viene affrontato in questa fase in modo particolare la questione del liberismo, e per meglio ancora dire sui disastri che la fase di crisi del modo di produzione sta producendo. E siamo costretti a farlo chiamando in causa due aspetti teorici, uno sul libero arbitrio, l’altro sul modo in cui si sviluppa la coscienza per le mobilitazioni sociali o anche della rivoluzione.

Nella tradizione ideale del marxismo e dunque del comunismo l’opera del « che fare? » di Lenin ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione dei quadri che sono stati attratti da quella causa. Quel testo fu scritto tra il 1901 e il 1902, e riprende gran parte delle cose scritte da Kautsky a riguardo. E per essere onesti fino in fondo, l’unico modo tentare di venirne a capo di una questione teorica importante, il testo esprime la tesi per cui è necessario immettere la coscienza rivoluzionaria dall’esterno nella classe operaia, perché da sola può esprimere solo una coscienza tradunionista, ovvero economicistica della difesa e del miglioramento della sua condizione. Che in Marx sarebbe stata espressa come passaggio da « classe in sé », cioè per il capitale, e nel suo divenire in « classe per sé », ovvero per la rivoluzione. Una tesi che riflette il principio del libero arbitrio. Inutile girarci intorno.

Tale tesi è del tutto antimaterialista, oggi non solo lo possiamo dire, ma lo dobbiamo dire. Il punto in questione, però, è che gran parte del mondo degli intellettuali e dei militanti di sinistra a tutt’oggi è attardata su quella tesi sbagliata, e nell’affrontare qualsiasi questione teorica, politica e pratica antepone il proprio pensiero, il proprio « che fare? » piuttosto che esaminare le cause che producono i fatti e le relative maturazioni di coscienza nelle persone che subiscono i fatti o di cui ne sono “artefici”.

Se trasferiamo l’impostazione appena qui descritta per esaminare la questione del delitto di Giulio Regeni compiuto nel 2016, il pensiero che fa riferimento al marxismo non si relazione con la realtà, come fa il liberismo, ma coi propri desideri, con la propria ideologia, col diritto democratico e via di questo passo.

Allora andrebbe posta questa semplice domanda al nostro mondo di sinistra: noi oggi quanto contiamo come espressione ideale, teorica, politica e pratica, cioè in termini di organizzazione e di mobilitazione da mettere in campo per far valere il « diritto »? Lo 0,00001%. Su quale base dovremmo essere presi in considerazione? Sulla base di un valore scritto. Ma un valore scritto, se privo di forza è nullo. Non solo, ma quello che è peggio è che rivendicando il diritto privo di forza non riusciamo a spiegare cosa è in questa fase la crisi del modo di produzione che mette in crisi gli Usa, Israele, costringe la Russia a difendersi a denti stretti guerreggiando contro l’Ucraina, l’Iran che non teme gli attacchi degli Usa e mostra di sapersi difendere, la Cina – anch’essa in difficoltà – che è costretta a barcamenarsi, un Venezuela banditescamente sottomesso per impossessarsi del suo petrolio  in modo vergognoso da un imperialismo yankee, e così via. Sicché rivendicando un diritto privo di forza ululiamo alla luna.

La gravità maggiore è la non comprensione che il capitalismo non può essere sconfitto da una critica valoriale ma solo con l’entrata in crisi, come sistema, per le sue stesse leggi di funzionamento. Storcano pure la bocca i tanti intellettuali “marxisti” che corrono al capezzale del capitalismo a fargli la respirazione bocca a bocca per farlo sopravvivere nonostante un orrendo fetore.

La crisi del modo di produzione capitalistico impone al liberismo la necessità di mostrarsi in ogni aspetto delle relazioni sociali, quale riflesso dello scricchiolio dello stato di cose presente. Dunque non può più rappresentare la garanzia del cosiddetto diritto democratico, non solo del conflitto sociale ma neppure del dissenso. È costretto, perciò, a svelare che alla democrazia dell’Occidente ha sempre corrisposto la giustificazione di “Stati canaglia”, di capi di Stato definiti “mascalzoni” e “repellenti”, fino a legittimare e sostenere il genocidio di un intero popolo, quello palestinese.

Sicché, piuttosto che inseguire la conservazione dei “diritti” e di un certo assetto della democrazia, reso possibile nella fase precedente, il nuovo tempo storico impone la necessità di attrezzarsi contro un sistema che nel suo insieme è avviato verso una deriva disastrosa le cui conseguenze si potranno capire solo strada facendo.

C’è un « che fare? » certamente si: non un rivendicare un diritto privo di forza che il capitalismo liberista rifiuterebbe di applicare, ma di mettere a nudo la crisi generale del moto che le nuove generazioni cominciano a vivere sulla propria pelle e stanno già cominciando a rispondere proprio nel cuore del sistema, ovvero in Occidente.

ALGAMICA – Alessio Galluppi, Michele Castaldo

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