di ALGAMICA – Alessio Galluppi, Michele Castaldo
Come sempre dalla bocca dei fessi, diceva Pirandello, escono le verità del borgo, e così è successo che l’ex elettore del democristiano avellinese De Mita, Conte, abbia tirato fuori un argomento che si è rivelato come il vaso di Pandora: le ineguaglianze e iniquità sociali generali, una volta si sarebbe potuto dire di classe, e la sommatoria degli interessi parziali delle singolarità che rivendicano il riconoscimento di diritti individuali e quali di queste due spinte debba essere fondativa come asse ideologico della sinistra.
Il quesito posto apertamente da Giuseppe Conte se « la cultura woke può essere l’ossatura ideologica di una forza progressista » rispondendo in maniera categorica “no”, segue quella di Alexandra Ocasio Cortez durante una intervista pubblica alla ABC che il « il woke versione uno era fuori di testa », intendendo con ciò una finestrella temporale specifica. Ricordiamo che Ocasio Cortez è una giovane democratica della corrente socialista newyorkese e figura di spicco della politica nazionale, tra i personaggi politici più accreditati come possibile candidato di un rifondato Partito Democratico per la corsa alla Presidenza degli Stati Uniti del 2028 dopo la storica sconfitta del 2024, il cui effetto è stata la frantumazione del partito come soggetto politico nazionale. Benché simili il contesto delle due affermazioni, quella della Cortez e quella di Conte, non sono sovrapponibili. Infatti, mentre Conte esprime un giudizio sul “woke” sembra parlare del nulla, l’affermazione di Ocasio Cortez è più concretamente argomentata e riguarda le ragioni per le quali ha deciso di non sostenere la candidata Francesca Hong nelle primarie democratiche come candidato di governatore dello Stato del Wisconsin. Infatti Francesca Hong è un altro personaggio politico “nuovo” emerso temporalmente sulla scia del riflusso del movimento di George Floyd che l’ha portata a essere eletta come deputata dell’assemblea parlamentare del Wisconsin nel 2020, la cui agenda politica traspirava esageratamente di “wokeness”. Sia detto per inciso che la Ocasio Cortez alla ABC spiega che il riferimento al woke 1 è quello del periodo del covid, il cui effetto fu che gran parte delle attività produttive e sociali erano limitate se non interrotte, c’era la disoccupazione e alcuni stati applicavano un lockdown severo. Ciò indusse a percepire e a affrontare i problemi sociali legati alla sicurezza e alla criminalità secondo spinte localistiche e con slogan “pazzeschi” quali l’abolizione della polizia.
In premessa è necessario dire che un fenomeno è tale in quanto determina e caratterizza una temporalità storica, nel senso che la modifica, in certi casi anche profondamente, acquisendo perciò il ruolo di soggetto impersonale del motore della storia, che poi di rimando e per necessità determina quella coscienza sociale e le sue specifiche sovrastrutture ideologiche. Diciamo fin da subito che l’ideologia woke è il riflesso di come allo stato del tempo attuale, quell’insieme composito e complementare di rapporti e relazioni sociali si disgregano e scompongono nella crisi di un modo di produzione per come ha definito nel ciclo ascendente ruoli, classi, movimenti sociali e movimenti nazionali per strati omogeneei in relazione proprio al soggetto impersonale della storia e al movimento dell’accumulazione. E in particolare rappresenta una delle forme specifiche della crisi del liberismo, che si è fatto interprete delle necessità impersonali di quel moto nella sua fase ascendente che ha messo l’Occidente e gli USA in capo al mondo. Questo fenomenale soggetto e motore, che si è determinato attraverso lo scambio inglobando unitariamente il mondo è il modo di produzione capitalistico. Un moto caratterizzato dal rapporto degli uomini coi mezzi di produzione e delle altre specie della natura come le materie prime, per intenderci.
Questo soggetto è tale in quanto produce e racchiude un insieme di ruoli che si sviluppano per categorie, o classi ad esso complementari.
Parliamo forse di un movimento che prosegue in pace e in armonia? Nient’affatto, siamo materialisti, non fessi incontrati per caso all’angolo della strada. Dunque sappiamo bene che pur essendo tutte le classi prodotte da questo modo storico di produzione presentano insieme alla complementarietà anche contraddizioni al proprio interno, proprio perché è un movimento composito sia geograficamente che al proprio interno, nel suo procedere. Anche, e soprattutto perché, il principio guida di detto modo di produzione è la concorrenza. Proprio per questo il suo andamento appare spesso farraginoso, ma essendo ben saldi i suoi principi che consistono in: più produzione uguale più ricchezza, più produzione uguale più sviluppo, più produzione uguale maggiore progresso scientifico, più ecc. ecc. all’infinito, ogni farraginosità tende a essere superata oleando il meccanismo e procedendo in avanti.
Intendiamo essere perciò degli adulatori di un modo di produzione storico che ha seminato insieme a progresso e benessere anche criminalità e disastri di ogni specie? No, cerchiamo solo di esaminarlo per quello che è in quanto movimento storico. È questo il punto. E lo facciamo per definire al meglio possibile la differenza rispetto a quello che abitualmente si definisce come modello, che è tutt’altra cosa. Anche, e soprattutto perché, un modello lo si può comparare, emulare e superare, mentre un fenomeno temporale no. Su un modello l’uomo ha l’arbitrio, sulla temporalità no. Sicché mentre un modello è possibile riprodurlo anche allo stesso modo, il fenomeno temporale è a sé stante, e mai il precedente si può ripetere allo stesso modo in un periodo successivo, perché cambiano, in parte o in tutto, i fattori per produrlo.
Veniamo così ai fattori che producono il moto che nel corso di alcuni secoli è divenuto modo di produzione capitalistico. Detto moto nonostante la sua straordinaria forza dirompente ha anch’esso il tallone d’Achille, per cosi dire, nel senso che proprio perché si tratta di un fenomeno temporale ha, come ogni temporalità, una sua nascita, una sua crescita e una sua fase calante e decadente che lo accompagna alla fine. Non sarebbe altrimenti un fenomeno temporale.
Proprio perché temporale tutto ciò che cresce al suo interno si tiene finché il tutto si tiene, nel senso che o si tiene nel suo insieme o crolla nel suo insieme. È un movimento monista.
Siamo cosi arrivati al punto che ci interessa affrontare, ponendo questa domanda: stabilito che si tratta di un tempo storico, a che punto è della sua ipotetica durata? Una domanda che si pone sul piano oggettivo per capire quali fenomeni può a questo stadio di sviluppo generare. Dunque va preso in esame il suo insieme e non una parte in modo arbitrario secondo convenienze.
I fatti dicono che siamo di fronte a una fase discendente del moto, in base ad alcuni fattori che ne mostrano una tendenza verso la deriva. Li elenchiamo per sommi capi solo per rendere chiara l’idea. Uno è costituito da una sovrapproduzione (già a grandi linee eccessiva) di mezzi di produzione; il secondo è costituito, conseguentemente, da una sovrapproduzione di merci. Entrambi, i fenomeni, presenti in modo particolare nelle grandi aree metropolitane in tutti i continenti, non ancora in Africa. Il terzo fattore è dato da una decrescita della popolazione in dette aree metropolitane, meno, anche qui, che in Africa.
Siamo perciò di fronte a un paradosso, per così dire: un modo di produzione che cresce per produrre sempre di più, e a un certo punto cresce si in mezzi di produzione e merci, ma decresce nella parte che deve consumare quello che viene prodotto. Siamo alla schizofrenia.
Attenzione bene: non stiamo entrando nel merito di una critica valoriale del moto, ma lo stiamo analizzando in modo asettico, come se la questione non ci riguardasse. Dunque senza neppure sfiorare un problema drammatico come i cambiamenti climatici, sotto i nostri occhi e le conseguenze che si vivono proprio in questi giorni, proprio per parlare a chi è disposto a ragionare, di cosa abbiamo realmente di fronte, prescindendo dai desideri di ognuno.
Ciò detto cerchiamo di capire cosa hanno prodotto, producono e produrranno sempre di più i fenomeni appena menzionati all’interno dell’insieme dei ruoli complementari, che assumono le sembianze di classi, del modo di produzione capitalistico. Nella fase precedente, di crescita dell’accumulazione, le classi si costituivano in agglomerati coesi secondo il principio che il tutto è diverso dalla somma delle sue parti. Fra dette classi il proletariato era la componente maggioritaria e meglio organizzata rispetto a tutte le altre, perché direttamente investita nella produzione di valore. Dunque assumeva anche un ruolo di forza nella contrattazione e fungeva come faro rispetto a tutte le altre, parliamo di quelle oppresse e sfruttate ovviamente.
E lo era, la classe operaia, faro che riusciva ad attrarre nella sua orbita anche le altre classi, comprese quelle cosiddette della cultura.
Tanto per dine una, quando tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 si sviluppò un movimento studentesco negli Stati Uniti contro la guerra del Vietnam, le più prestigiose Università degli USA iniziarono a riprendere tutti i filosofi francesi del tempo (Levi-Strauss, Foucault, Derrida, Goldmann, Deleuze ecc.) e delinearono una critica tutta particolare e americana, chiamata French Theory, che in ultima istanza poneva il singolo di fronte a una combinazione di “strutture” quali cause delle ingiustizie.
Non sapremo mai, e neppure ci interessa a dire il vero, se quanti appartenessero alla cosiddetta scuola francese fossero consapevoli o meno delle loro tesi, nel senso precisiamo, di tenersi sempre a debita distanza dalle leggi impersonali del moto per funzionalizzarsi verso nuove “soggettività”.
Circa la Scuola Francese e la French Theory americana
Cerchiamo di chiarire nei limiti del possibile il ruolo di questa cosiddetta Scuola Francese, che sorse in alternativa agli effetti in Europa del moto anticoloniale e in opposizione a una logica della Seconda Internazionale, secondo cui tutte le problematiche di tutte le altre classi sfruttate e dei popoli oppressi, oltre il proletariato, avrebbero trovato soluzione con la classe operaia al potere. Una classe ritenuta dai connotati taumaturgici, insomma, metafisica, da cui ne derivava una sorte di religione del di là da venire, mentre per gli intellettuali americani teorici della Scuola Francese si trattava di incominciare a organizzare il qui e ora le questioni di tutte le classi sfruttate non proletarie.
Ora se è vero che detta Scuola Francese si poneva il problema del qui e ora, si teneva – però – sempre a debita distanza dal prendere in considerazione le leggi che reggevano il modo di produzione e per di più non prendevano per niente in considerazione il fatto che tale modo di produzione fosse un moto.
Tale impostazione era anche favorita da una fase affluente in Europa e negli Usa, perché cresceva l’accumulazione capitalistica, cresceva e si sviluppava la condizione della classe operaia che veniva chiamata a supporto delle rivendicazioni delle altre classi. Al punto che detta Scuola ebbe l’ardire di arrivare a teorizzare tante nuove soggettivazioni, oltre il soggetto del proletariato o classe operaia se si preferisce. Sicché il tutto, come sistema incentrato sullo scambio in quanto moto e con leggi impersonali, non veniva affrontato per la fase che stava attraversando, alimentando così l’illusione che si fosse alla vigilia di una rivoluzione anticapitalistica.
Detto in modo brutale fu scambiata, da detta scuola, una fase ascendente del moto-modo di produzione capitalistico come forza dirompente del proletariato e delle altre classi oppresse che si soggettivizzavano. Non ce ne vogliano i tanti canuti militanti legati nostalgicamente a certe tradizioni, ma dobbiamo dire che si trattò di un vero e proprio capolavoro di incomprensione della legge del moto.
Ma mentre in quegli anni ’60 e ‘70 i teorici francesi erano poco considerati in patria, proprio perchè la storia è fatta di tempi, di spazio e velocità differenti, essi furono interpretati negli Stati Uniti come la nuova “cassetta degli attrezzi” svelata, proprio perchè si iniziava ad assistere ai primi passaggi della de-industrializzazione, all’arretramento generale del movimento sindacale ed infine il declino lento di quella centralità sociale che la working class bianca americana aveva assunto nella riproduzione sociale allargata di quella middle-class bianca e la realtà materiale delle possibilità crescenti e apparentemente infinite del sogno americano.
E oggi? Siamo al punto cruciale di cui la dobbiamo dir tutta.
Dopo il bagliore degli anni ’60, e ’70 del secolo scorso, comincia una nuova epoca, e certe aree ancora ai margini dell’accumulazione, tipo occidentale, come quelle asiatiche, in primis la Cina, entrano a pieno titolo all’interno dello stesso meccanismo divenendo così fabbrica del mondo, fino a proporsi come concorrenti sbarazzini rispetto all’Occidente nel suo insieme. La cui conseguenza non poteva essere diversa da quella che si è poi mostrata: spostamento della produzione manifatturiera da un continente all’altro, con la messa in crisi di un Occidente che incominciava ad arrancare, continuava ad indebitarsi e ad avere reazioni sempre più strangolatorie nei confronti di paesi che cercavano faticosamente la via per uno sviluppo autoctono del proprio paese. Dunque distruzione dell’Iraq, di gran parte del Medio Oriente, della ex Jugoslavia e così via. Col risultato non di superare la crisi, ma di avvitarsi su sè stesso.
Come effetto di tale sconvolgimento è stata la messa in crisi dell’industria manifatturiera, parliamo in modo particolare negli Usa, mandando in crisi quella famosa classe operaia che disperata, perché impoverita, volta a destra. Ma come? la classe storicamente di sinistra, volta a destra? Ebbene sì, perché un operaio non è di sinistra o di destra per pensiero politico, ma per necessaria convenienza. Un punto, questo, sul quale siamo seriamente chiamati a riflettere.
Perso il faro della classe operaia, dovuto alla crisi che abbiamo detto, le classi intermedie si sono diluite verso l’individualità, ovvero alla ricerca dei propri diritti individuali. Sicché quello della Scuola Francese del qui e subito, che in una fase di crescita dell’accumulazione capitalistica tendeva a caratterizzarsi verso il principio del tutto è superiore alla somma delle sue parti, con la crisi ogni individuo corre per sé. Altrimenti detto: quello che in una fase di accumulazione della ricchezza era fattore di coesione sociale, nella fase di crisi si rovescia nel suo contrario. Siamo semplicemente all’abc del determinismo storico.
Siamo perciò di fronte a uno sfilacciamento complessivo del precedente tessuto sociale e mentre il proletariato agisce tenendo d’occhio il capitalista, il capitale e il capitalismo, come i girasoli si muovono verso il sole, per prendere energia per sopravvivere in quanto classe per il capitale, avrebbe detto Marx, le classi del ceto medio divengono filacci in balia dei venti cercando una soluzione individuale.
E’ questo il quadro che determina nuovi fenomeni sociali compositi che concepiscono se stessi come la sommatoria delle intersezioni del singolo con l’insieme delle “strutture” causa dell’ingiustizia cui l’individuo è sottoposto. Una realtà di rapporti e relazioni sociali resa fluida dalla scomposizione del mercato che diviene parte sia del target reale della domanda di mercato, che nuovo soggetto sociale di riferimento, determinando un riflesso nell’ideologia, nella cultura delle università e aziendale delle multinazionali, così come nella politica. Determinerebbe anche, perciò, una nuova comunanza dei singoli individui intersecando questioni sociali distinte tra loro o riducendo questioni reali alla misura dell’atomo come il razzismo, l’immigrazione, la questione della donna e dell’aborto, degli omossessuali e altre infinitesamente particolari e individuali a questioni sociali generali quali i matrimoni gay, la maternità surrogata e le questioni legate alle comunità LGBTQ+?
Mettiamo bene in chiaro le questioni: il razzismo si è sviluppato in funzione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, in agricoltura originariamente. Sicché l’antirazzismo si è sviluppato come fattore secondo il principio del tutto superiore alla somma dei singoli. Stesso dicasi per quanto riguarda la liberazione dalla servitù della gleba da parte del bracciantato agricolo.
Mentre altri aspetti, che compongono una nebulosa identificata con l’etichetta woke, non sono altro che l’esalazione del liberismo al livello più sfrenato, che eleva a diritti generali i desideri individualistici dei singoli resi possibili dal fatto che il moto storico ha fornito all’Occidente la possibilità di dominare attraverso saccheggio e rapina i quattro angoli del mondo. In sostanza se risultano consunti e sputtanati quei fattori materiali che resero pratico e per un lungo periodo storico liberté, égalité, fraternité e consolidati in ruoli complementari le classi sociali, oggi ci si affida a un improbabile e reazionario (perché rivolto al passato) manifesto ideologico basato su diversità, equità e inclusione.
Pertanto la differenza non consiste secondo un nostro desiderio degli uni rispetto agli altri, ma lo evidenziamo perché mentre il diritto individuale allude all’integrazione nel modo di produzione capitalistico, secondo il principio della intersezionalità e del diritto uguale tra diseguali, gli altri due fattori sono stati sì propedeutici verso lo sviluppo dell’accumulazione ma anche verso la sua crisi. Dunque sia verso la propulsione che la sua dissoluzione in quanto sistema. Altrimenti detto: uno è stato un fenomeno storico rivoluzionario determinato del moto, l’altro, la natura woke, uno dei riflessi della crisi dell’Occidente che pretende di legittimare se stesso attraverso la nuova unità di misura eurocentrica dei diritti liberali e che per nulla può elevarsi a una teoria organica.
Come si pone dunque la questione nel campo cosiddetto progressista in Europa e negli Stati Uniti in relazione all’effetto woke? Sul primo versante rimane vaga, mentre negli Stati Uniti la medesima sostanza assume una discussione pratica, proprio perchè la velocità e lo spazio conformano la crisi del moto in maniera fenomenologica differente.
Entrambi gli schieramenti guardano all’indietro, a tentare di recuperare una posizione di complementarietà, perciò di prestigio nazionale, affidandosi come i girasoli a chi più coerentemente cerca di portare avanti lo scontro concorrenziale nello scambio, gli operai; mentre l’altro, la natura woke, non avendo una base oggettiva per rifluire allo stesso modo, cioè secondo il principio del tutto superiore alla somma dei singoli, cerca di ritrovarsi in una intersezionalità, qualcosa di molto confuso, molto complicato e impossibile a darsi perché non ha un fattore di coagulo in quanto comunità.
Per tornare ai fatti odierni, riteniamo che Conte abbia inconsapevolmente posto un problema ben oltre le sue capacità di intendere e di volere, e lo ha dovuto fare – ripetiamo dovuto fare – nel tentativo di porsi come referente, in un ipotetico schieramento elettorale che si propone di governare, rispetto a quella che un tempo si definiva classe operaia, e che nella crisi, come abbiamo pocanzi detto, si comporta come i girasoli: guardando cioè più al capitalista, al capitale e al capitalismo, che è interpretato in modo nazionalista dalla destra.
Mentre per la stessa ragione, il partito democratico, ben cosciente di non poter approntare una vera e propria piattaforma governativa puntando su un compattamento operaio che ormai è in fase di dissoluzione, guarda con attenzione al fenomeno sociale di cui sopra e ne sposa complessivamente le rivendicazioni adottandone i riflessi culturali come ossatura vaga di nuovi valori, ovvero a principi ideologici per una palude liberista dei desideri e interessi individuali promossi a diritti generali.
Mentre negli Stati Uniti, la critica al woke da sinistra insegue gli effetti della crisi del MAGA, ovvero non è semplicemente un rincorrere la working class bianca che si orienta verso il MAGA, piuttosto il popolo MAGA e le ansie che lo animano nel suo complesso di fronte all’impraticabilità di resuscitare il sogno americano. Si dice che il “woke è roba da matti” per presentarsi di fatto a una middle class ed a una working class bianca sempre più impantanata in una nuova guerra infinita in Medio Oriente, che però non può rinunciare a difendere l’essenza di quella America bianca messa in discussione dalla crisi. Tant’è che dalla nebulosa woke a essere giudicati “roba da matti” è proprio ciò che è conseguito dal riflusso del movimento di George Floyd contro il razzismo sistemico della polizia: la richiesta di definanziare i dipartimenti di polizia, la critica del sistema carcerario USA, abbattere le statue, programmi di storia nelle scuole statali che mettano in evidenza le fondamenta storiche degli Stati Uniti basate su razzismo e schiavitù e perfino criticare la massima festa nazionale, quella del giorno del ringraziamento, perchè è una celebrazione che origina dai coloni europei che festeggiavano le rese del raccolto su una terra sottratta con la forza ai nativi e coltivata poi con la manodopera degli schiavi. Consapevole o meno ha poca importanza, quando Alexandra Ocasio Cortez critica il woke non è nel suo complesso, ma proprio sui temi che animano la pancia sociale del ceto medio di destra, facendo un passo indietro rispetto a quanto rivendicano le ONG del Black Lives Matter che da quel riflusso sono rimaste indenni. Giusto per chiarire citiamo la giovane democratica newyorkese in merito all’agenda politica del Defund Police della Francesca Hong: « … il modo in cui parliamo di criminalità oggi è fondamentalmente diverso dal modo in cui parlavamo [nel periodo del covid] quando si tratta di ridurla. E penso che tutti condividiamo l’obiettivo di avere un tasso di criminalità il più basso possibile ».
Per concludere diciamo che il caos che ci si para davanti è destinato solo ad aggravarsi e a impoverire oltremodo alcune fasce più deboli della società. Pertanto una ripresa di una reale conflittualità potrà darsi non partendo dai luoghi di lavoro, basta guardare lo stato comatoso della Cgil per comprenderlo, ma da una generalizzata e improvvisa arrabbiatura di quanti colpiti in profondità dalla crisi cominciano ad avere seri problemi di sopravvivenza. Fra questi in primis gli immigrati, contro i quali la destra continua a scatenare la canea della remigrazione quale sentimento diffuso in parte della società, compresa la classe operaia.
Non ci nascondiamo dietro la foglia di fico: Ceuta è uno degli scenari più probabili in Europa, perché dall’Africa aumenteranno in modo parossistico le partenze. Se accostato a quanto avvenuto e si minaccia negli Usa, il quadro si fa ancora più fosco, rasenta una guerra civile non immaginata fino a qualche decennio fa. Il proletariato di questa fase, divenuto come detto girasole in Occidente, è posto dinanzi a un quadro sconfortante: non può tornare indietro ed è minacciato sul piano della concorrenza dal proletariato dei paesi emergenti, in una logica da mors tua vita mea.
Dunque non siamo di fronte a un quadro idilliaco, perché il caos provocato dalla crisi del sistema nel suo insieme, non ammette transitorietà tranquille. Bisogna farsi le ossa e stare al posto che ci compete, sapendo che di certo il modo di produzione capitalistico non può in alcun modo provare a risolvere ciò che è stato prodotto dalle sue leggi.
E il fenomeno woke? E’ destinato a decomporsi all’interno della crisi del liberismo Occidentale, proprio perché impotente ed è impraticabile rappresentare via “intersezionalità” gli interessi individualistici contrapposti, per esempio quelli di una coppia del ceto medio non fertile o non eterosessuale di desiderare un figlio di propria proprietà e quelli di una giovane afroamericana o di una giovane povera da cui si pretende metta a disposizione e servizio il proprio utero.
ALGAMICA – Alessio Galluppi, Michele Castaldo
