Il bombardamento mirato e voluto al campo rifugiati a ovest di Rafah, oltre a essere una barbara ritorsione dopo che in mattinata la resistenza palestinese era riuscita a colpire il centro di Israele con i razzi lanciati dal sud della Striscia, sembra anche dettata da dinamiche interne e da scosse telluriche che stanno scuotendo e incrinando i pilastri delle fondamenta di Israele.
Questa azione segue il comunicato di un portavoce di larghi strati della riserva dell’IDF su un video postato sui social media, che a volto coperto ha minacciato l’insubordinazione generale delle truppe della riserva stessa ai comandi dei vertici militari e del gabinetto di guerra, se il governo non dovesse perseguire la guerra totale “fino a completa vittoria”, chiamando i cittadini di Israele nel caso di insorgere e sostenere l’insubordinazione dei militari e pretendendo le dimissioni del ministro della guerra Yoav Gallant.
Noi tutti intuiamo cosa significa in bocca a un israeliano (della riserva) “vittoria totale” su Hamas: genicidio e pulizia etnica definitiva della Palestina.
Con questa dichiarazione delle truppe, in aperta violazione delle linee gerarchiche dell’esercito, lo Stato di Israele scivola su un crinale di una nazione in cui la minaccia di un colpo di stato militare sostenuto da una ampia mobilitazione sciovinista diviene una possibilità reale. Se la storia di questa nazione, per quanto funesta per i popoli oppressi dell’area mediorientale e per i palestinesi, rappresenti una eccezionalità della storia seconda solo a quella degli Stati Uniti d’America, appare altrettanto inedito e incomparabile il percorso della sua inesorabile catastrofe. Non una minaccia di golpe militare ordito dall’alto, ma dalla truppa.
Con questi due passaggi chi pensava che il diritto internazionale possa cambiare le carte in tavola, è chiamato a fare i conti con i risvolti della storia in rapida successione, rendersi conto che Israele si trova costretto ad agire anche al di fuori delle sue stesse leggi violando le sue regole di democrazia e apartheid combinati e della sua carta costituzionale, che non c’è perchè non è mai stata scritta.
Non è chiaro e tantomeno prevedibile se questa minaccia poi dovrà anche regolare i conti con le mobilitazioni e le manifestazioni della “società civile”, che sulla vicenda del fallimento delle trattative per lo scambio dei rispettivi prigionieri, per le dimissioni di Netanyahu e per nuove elezioni immediate continuano a essere partecipatissime a Tel Aviv e in altre città. Israele è destinato a implodere, dissolversi e scomparire dalla faccia della storia.
Per evitare il suo tracollo, lo Stato terrorista di Israele non puó che assumere apertamente i lineamenti di una caserma e scorta militare senza società cosiddetta civile, una prigione per i popoli, un lager di sterminio per i palestinesi e con mezza economia ferma. Solo le armi dell’Occidente e la sua economia di debito lo tengono ancora a galla. Per quanto tempo ancora prima di divenire uno scarto della storia?
Non è questo il momento di rinunciare all’azione e alla mobilitazione internazionale, nè di scoraggiarsi.

wow!! 37La questione palestinese oggi e la crisi della sinistra occidentale – presentazione dell’articolo di Abdaljawad Omar “la questione di Hamas e la sinistra”