Arretra l’Occidente e Israele subisce dopo 77 anni la prima dura sconfitta dalla Resistenza palestinese

di ALGAMICA – Roma 21 gennaio 2025

Abbiamo aspettato una manciata di giorni per non farci trascinare dall’euforia e tirare un filo a piombo sui fatti eccezionali che si sono realizzati in Palestina. L’uscita dalla crisi di Israele e dell’Occidente nel dominare il Medio Oriente richiederebbe la soluzione finale della questione palestinese attraverso la distruzione totale di Gaza come elemento storico necessario oggi come lo fu per il liberismo la distruzione di Dresda nel 1945 a Germania già sconfitta, la deportazione totale dei palestinesi e l’eliminazione di Hamas come condizione sine qua non a definire la vittoria di Israele e di riflesso di rilanciare il peso dell’Occidente. Nonostante un genocidio il popolo palestinese non si ritiene sconfitto e lo Stato di Israele, e indirettamente gli Stati Uniti, è stato costretto a trattare con la Resistenza palestinese rappresentata da Hamas. Pertanto tutti quelli che suonavano le campane a morte e consigliavano ai palestinesi di arrendersi sono chiamati a rivedere il proprio orientamento teorico e politico: quello che si profila è una prima sconfitta storica dello Stato di Israele in 77 anni dalla sua fondazione da parte della Resistenza palestinese.

   In questi giorni abbiamo seguito in uno stato di fibrillazione il susseguirsi dei colpi di scena intorno al decisivo conflitto in Medio Oriente e in Palestina, che vede da una parte l’Occidente schierato a sostegno del genocidio del popolo palestinese da parte di Israele e la tenacia delle forze della resistenza del popolo palestinese e di Hamas che incarnano le necessità e la forza della disperazione di un popolo oppresso e martoriato.

   L’annuncio da parte dei mediatori degli Stati del Golfo e poi anche da parte degli Stati Uniti sul raggiungimento dell’accordo per il “cessate il fuoco” tra Israele e Hamas, dunque dell’inizio della tregua dell’assedio di Gaza e dei massacri indiscriminati contro le masse della Striscia, aveva colto il mondo di sorpresa. Anche se il governo israeliano non si era ancora espresso ufficialmente, a Gaza la gente in massa ha immediatamente celebrato la notizia. L’immagine del giornalista palestinese e inviato di Al Jazeera che si è toglie il casco e il giubbotto antiproiettili in diretta televisiva e in mezzo alla folla che commenta le scene di felicità in strada non simboleggia solo il sollievo e la profonda commozione di chi ha patito 15 mesi di genocidio, ma testimonia la vittoria della tenacia e della forza della disperazione degli oppressi che diviene resistenza per stato di necessità, incarnate da Hamas e dalle altre organizzazioni combattenti palestinese (Jihad Islamica e FPLP).

   Durante le ore successive abbiamo poi assistito fino all’ultimo minuto a ulteriori massacri compiuti via cielo e via mare sulla popolazione di Gaza, mentre il governo israeliano tentennava tra suo malgrado siglare l’accordo e le condizioni della tregua e ratificare una sconfitta, oppure proseguire in una guerra genocida in tutto il Medio Oriente, nella quale però potrà contare del solo sostegno politico, economico e in armamenti (che non è poco), ma non del coinvolgimento diretto militare degli Stati Uniti e dei paesi dell’Occidente già in difficoltà nel Mar Rosso a rintuzzare gli attacchi letali degli Houthi yemeniti e alle prese con degli effetti generali di una crisi sistemica che fa scricchiolare innanzitutto l’America sempre più a corto di risorse nella concorrenza con le produzioni asiatiche.

   C’è poco da analizzare nei particolari dell’accordo, che non predispone – per carità – le premesse di un processo di pace per ripristinare uno status quo ante. D’altronde con lo scoccare della tregua a Gaza, l’esercito israeliano ha ripreso a imperversare in Cisgiordania e a bombardare Jenin prendendo il testimone dalla Autorità Nazionale Palestinese (ANP) che nelle settimane precedenti in maniera collusa con i piani di Israele e degli Stati Uniti si era prodigata in un assedio volto a reprimere le forze della resistenza e a fiaccarne il sostegno popolare.

   Ci sono però certi fatti che valgono di più dell’interpretazione dei comma dei trattati e degli accordi istituzionali. Mentre Israele vive compositi stati d’animo divisivi tra chi si rallegra del rilascio dei prigionieri, tra chi si sente sopraffatto dall’incertezza per il futuro perché la “vittoria totale” su Hamas sembra più lontana che mai e tra chi schiuma rabbia in particolar modo tra i coloni dei territori occupati in Cisgiordania di fronte ai festeggiamenti dei palestinesi in attesa della liberazione delle centinaia dei loro prigionieri. Il bagno di folla del popolo di Gaza che ha salutato le carovane dei combattenti della resistenza armata, incluso il momento della liberazione delle tre prigioniere israeliane, così come la compostezza delle marcie del ritorno di bambini, giovani, donne, uomini e anziani verso i luoghi che una volta erano i propri quartieri, non solo ci descrive una intera popolazione che si stringe attorno a quella che è la propria resistenza per necessità, ma rivela anche la capacità logistica e organizzativa e di radicamento sociale e sul territorio che Hamas ancora mantiene all’interno di Gaza nonostante tutto e nonostante il martirio dei propri leader.

   In tutto il secolo scorso e fino a pochi decenni fa avanzava l’Occidente col vento in poppa di una tumultuosa accumulazione e di sviluppo del mercato mondiale e con esso si edificava lo Stato di Israele che si faceva strada attraverso facili vittorie e guerre lampo sui palestinesi e sulle nazioni arabe: 1948, 1967, 1973, 1982 e così via. Con l’arretramento dell’Occidente e in particolar modo degli Stati Uniti, Israele si trova in difficoltà ed è costretto per uscire dalla sua crisi di compiere un genocidio in conto proprio e per conto dell’Occidente. Se per gli Stati Uniti e per le nazioni dell’Europa occidentale si tratta di un arretramento, per lo Stato di Israele si tratta della prima sconfitta storica. Per dirla con Marx, esauritisi i fattori che lo fecero sorgere, ovvero quella poderosa accumulazione e capacità di produzione di valore del ciclo storico passato, iniziano a scricchiolare le fondamenta di tutte le sovrastrutture edificate, la torre vacilla, si rompono i lastricati e nonostante la forza concentrata di ferocia genocida messa in campo, si rafforzano quei fattori che hanno reso possibile l’emergere di quella resistenza per necessità, che il 7 ottobre 2023 infranse le mura fortificate del lager di Gaza.

   Basterebbe annotare che alla fine sia l’amministrazione uscente Biden che il neo eletto Trump hanno dovuto forzare la mano concedendo il riconoscimento politico attraverso un atto formale proprio a quella resistenza e a Hamas che loro signori hanno dipinto e dipingono come il “male assoluto” contro la civiltà occidentale da debellare a ogni costo, anche al costo appunto di un genocidio radendo al suolo Gaza epurandola di qualsiasi presenza palestinese. Quel male assoluto che in un tempo diverso aveva consentito alle democrazie delle nazioni occidentali e della Gran Bretagna e degli Stati Uniti di radere al suolo Dresda nel 1945 a Germania già sconfitta e a sganciare due bombe atomiche sull’altrettanto sconfitto Giappone e intascare l’accodamento alla legge del valore e dello scambio e dunque alla democrazia occidentale in nome dell’antifascismo. Solo che per Israele, che interpreta nella maniera più coerente le necessità dell’Occidente, l’obiettivo di fare tabula rasa di Gaza si inceppa e fallisce proprio nel momento più alto del successo della ferocia genocida.

Con l’entrata in vigore della tregua, vengono rilasciati non solo palestinesi comuni, illegalmente e ingiustamente relegati da decenni nelle camere di tortura delle carceri israeliane,  ma vengono liberate anche personalità di spicco e carismatiche di una storica resistenza palestinese  come alcuni leader di Hamas, della Jihad Islamica, delle ali militari del vecchio Fatah e del FPLP, uomini e donne coraggiosi di una Palestina di fatto indomabile.

   Lo storico Ilan Pappé giustamente ci ricorda che non è nuovo nella storia che gli imperi in via di dissolvimento esercitino tutta la capacità di violenza che avevano accumulato poco prima di collassare. L’impero romano sotto il peso crescente di una crisi finanziaria, una decisa decrescita demografica e lo stato di crescente abbandono delle campagne agricole, perseguì i cristiani dal finire del 3 secolo e durante il quarto secolo dopo Cristo. Il tempo e il livello di sviluppo raggiunto dalla produttività nella storia contemporanea, così come hanno reso accelerato il raggiungimento dei progressi tecnologici e scientifici, altrettanto hanno determinato la velocità del moto della crisi e della rivoluzione in rapida accelerazione.

   Come sempre i tempi e le forme casuali del moto determinato della rivoluzione sorprendono i comunisti e i rivoluzionari.

   Nemmeno pochi giorni fa a inizio anno scrivevamo che in Medio Oriente si fronteggiavano due “disperazioni”, quella di Israele e quella appunto dei palestinesi e che la prima stava marcando il proprio successo sul campo. A farcelo rilevare erano una serie di fatti. Le leggi impersonali del mercato e dello scambio che impongono all’Iran di abbaiare ma non di mordere, anche perché si trova alle prese con l’affievolimento tra le nuove generazioni del legame con la rivoluzione del 1979 che fece liquefare il potere dello Scià servo degli interessi statunitensi e britannici e che predispone un quadro composito e che talvolta ondeggia verso lidi che occhieggiano al liberismo occidentale. Così come per gli stessi motivi è continuato il silenzio-assenso, se non la più aperta collaborazione, con le necessità di Israele e delle nazioni europee occidentali da parte degli Stati arabi e del Maghreb e della ANP, mentre le mobilitazioni popolari delle masse arabe a sostegno della resistenza palestinese non sono mai riuscite a sollevarsi contro i rispettivi governi o a metterli in seria difficoltà. L’aggressione terroristica al Libano da parte di Israele, la dissoluzione della Siria nella quale al suo posto sorge uno stato di cose presente che approfondisce la tendenza di balcanizzazione e di infeudamento all’Occidente, alla NATO e alle cui corti bussano le fazioni armate diversamente colorate che si erano costituite contro il destituito “dittatore”, stavano consentendo a Israele di continuare inarrestabile il progetto genocida e il miraggio del Grande Israele. Fattori di frammentazione del Medio Oriente e comunque ancora agenti e a tutto vantaggio dell’Occidente e di Israele. E infine la thàlatta delle masse palestinesi e delle masse arabe mediorientali, così come della mobilitazione internazionale a sostegno della resistenza palestinese, che di fronte al genocidio veniva attraversata dalla domanda se “fosse valsa la pena” insorgere il 7 ottobre. Una domanda persistente riproposta da tutte le forze politiche e sociali che collaborano per lo status quo del dominio colonialista e imperialista, che in modo particolare viene strumentalizzata da parte della sinistra democratica, laica e occidentale proprio per demoralizzare la mobilitazione di massa in Occidente.

   Diciamo in modo chiaro e senza girarci intorno: siamo stati colti di sorpresa, ma non ci siamo stupiti nel prendere atto di quanto sia profonda e irrisolvibile la crisi che sta attanagliando gli Stati Uniti, le nazioni dell’Occidente e dunque Israele.

   Questa è la prima vera “guerra” (di genocidio) che Israele si trova ad affrontare nel corso della sua breve storia come stato nazionale. Il costo non solo economico è altissimo, l’economia israeliana è per più della metà ferma, mentre il suo stato di salute era già precario ad inizio 2023 quando gli investimenti di capitali esteri in attività produttive e in imprese tecnologiche erano diminuiti del 60% rispetto agli anni precedenti. E in 15 mesi di genocidio sono qualche centinaia di migliaia quei coloni (colonizzatori) che si sono trovati costretti a evacuare i centri abitati di più immediato confine con le zone di guerra al confine col Libano. Aumentano i casi di suicidi tra i veterani. Il disgusto e perfino l’odio nei confronti dello Stato di Israele tra le nuove generazioni è in crescita in tutto il mondo e in particolar modo tra le nuove generazioni di ebrei in Nord America. Ma lo stato più grave, nascosto dal frastuono delle bombe, è quello della crisi sociale interna che approfondisce fratture scomposte della composita nazione sionista. Una tendenza scompositiva della società già in atto prima del 7 ottobre e che i 15 mesi di una guerra senza il raggiungimento degli obiettivi prefissati rischia di formalizzare una breccia: da un lato una parte di società che guarda con gli occhi verso il passato, inseguendo il miraggio di poter continuare a vivere del dividendo dell’impianto sistemico del colonialismo e del regime di apartheid democraticamente costituito, che tollera la presenza dei palestinesi chiusi in un angolo; dall’altro un’area sociale emergente, che spinta dalla crisi generale, che è anche crisi demografica del popolo israeliano, va’ a determinarsi nel corso conseguente: portare fino in fondo per conto dell’Occidente l’annientamento delle velleità dei popoli del Medio Oriente a voler gestire la propria terra, le proprie risorse per svilupparsi in autonomia e dunque annientare il popolo palestinese attuando la desertificazione di Gaza.

   Comprendiamo bene, perciò, perché gli Stati Uniti, sia l’amministrazione uscente Biden che quella neo eletta Trump, non si trovano in grado di seguire la linea coerente del governo Netanyahu e hanno dovuto forzare il governo israeliano ad accettare una tregua che ha il sapore di una sconfitta vera. Da un lato per le stesse dinamiche della crisi che stanno disegnando una nuova America che li vede in ritirata dai vari scenari di crisi internazionali e sul piano della concorrenza sui mercati e con le produzioni asiatiche; dall’altro perché teme appunto il collasso di Israele e che quella breccia si allarghi predisponendo scenari di scontro e guerra civile interna alla nazione ebraica.

   Non abbiamo mai creduto ai sondaggi. Ma se le mobilitazioni in Occidente e negli Stati Uniti vedono una presenza crescente di giovani ebrei che sposano la causa dell’antisionismo e della resistenza dei palestinesi e dunque in lotta contro le fondamenta ideologiche della forma storica particolare del colonialismo degli europei e occidentali in Medio Oriente che si è servito degli ebrei come popolo carnefice degli arabi e dei palestinesi, allora dovremmo considerare allarmanti anche per l’Occidente e per lo stesso governo israeliano e Netanyahu quei sondaggi che indicano che tra gli israeliani che vorrebbero il cessate il fuoco, si fa anche strada l’opinione che l’accordo vada raggiunto a qualunque costo, anche alle condizioni imposte da Hamas.

   L’esito momentaneo non poteva che essere questo allo stato attuale dei fatti, ingoiare la sconfitta, accettare la tregua nella prospettiva che questa possa essere l’opzione utile ad allungare i tempi ridotti dell’esistenza dello Stato di Israele.

   Se poi accadono episodi, come ci è capitato di notare, dove in Inghilterra un giovane turista israeliano viene messo in stato di arresto da sprovveduti poliziotti britannici durante un normale controllo agli arrivi internazionali aereoportuali, sicuramente il giovane sarà rilasciato con tanto di scuse formali del Ministero degli Interni britannico all’ambasciatore israeliano e i poliziotti puniti per atti di “antisemitismo”, questi segnalano la misura di quanto le più potenti nazioni del colonialismo e dell’imperialismo storico, ormai in braghe di tela,  brancolino nel buio a tenere serrati i propri ranghi.

   In quello che accadrà da domenica in poi non vi è certezza, se alla fase uno ci sarà il completamento di una fase due del cessate il fuoco. Siamo consapevoli che non seguirà alcun “processo di pace”. Per i palestinesi si porrà il problema pratico della ricostruzione di Gaza e di riavviare quelle relazioni sociali e umane che il genocidio ha provato a cancellare. Se da Occidente si sostiene che si aprirà una strada in quella direzione, di una possibilità di un ritorno allo status quo ante e magari delle litanie sui “due popoli e due stati”, se in buona fede, si tratta di poveri fessacchiotti; se in malafede si mente sapendo di mentire con l’obiettivo di disarmare la resistenza palestinese. L’Occidente e Israele continuano ad avere quell’arsenale di ferocia e non avranno alcuno scrupolo a usarla. Quanto si sta delineando è la conferma delle tendenze disgregative della crisi di un modo di produzione generale e impersonale di quanto composto dalle relazioni del mercato e dalla forza dell’accumulazione del valore, e con esse il tempo del conto della storia nei confronti dello Stato di Israele dell’Occidente nell’intero Medio Oriente si presenta in moto accelerato.

   Insomma: è l’onda discontinua della fase rivoluzionaria che avanza.

ALGAMICA – 21 gennaio 2025

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