Caro Mario Moretti

Di Michele Castaldo

Ricevo questo contributo di Michele Castaldo circa il bilancio che da sinistra ruota intorno alle vicende del conflitto sociale che ha attraversato l’Italia lungo gli ‘60 e per tutti gli anni ‘70, ossia il lungo “autunno caldo” delle lotte operaie. Mario Moretti, uno dei dirigenti di spicco delle ex Brigate Rosse, condannato a sei ergastoli e tuttora detenuto sotto il regime di semilibertà, ovviamente non è l’oggetto della riflessione proposta da questo contributo, bensì è l’occasione di fare un bilancio storico necessario circa la fase storica del modo di produzione capitalistico e la natura del conflitto sociale e della lotta di classe che si caratterizzò in quegli anni. Lo spunto di riflessione diviene necessario quando dalla sinistra “antagonista” e da diverse angolazioni viene ripreso il tema circa che stagione fu: « era una fase rivoluzionaria »? E quale interpretazione materialistica si rende necessaria per comprendere quella stagione di lotte e il suo riflusso in relazione alla fase dell’unitario modo di produzione capitalistico?


Caro Mario Moretti

Titolo questo scritto non per parlare a Mario Moretti, no, ma per prender spunto dalla sua situazione per parlare a una doppia generazione, quelle del ‘68/9 e del ’77 del secolo passato. Due generazioni ormai attempate che non hanno più niente da dire. 

  L’articolo patrocinato dalla Rivista Contropiano e pubblicato su sinistrainrete.info fornisce una serie di spunti per una riflessione più generale e sbaglieremmo a soffermarci solo sull’esperienza delle Brigate Rosse o dei gruppi che si definirono combattenti, perché essi furono solo una parte di tanti gruppi e esperienze che la fase produsse. Dunque la riflessione va fatta a largo raggio e non isolando i gruppi “combattenti”, né da parte di chi aderiva ad essi, né da parte di chi a tali gruppi non aveva aderito. Lo dico semplicemente per affermare un principio: una fase storica è fatta di relazioni fra uomini e classi all’interno della temporalità che attraversa il modo di produzione. Pertanto tutte le formazioni politiche sorte in quegli anni furono l’espressione di una fase che dobbiamo definire con chiarezza e collocare correttamente le formazioni politiche e il loro ruolo. Altrimenti parliamo di nulla.

   Fatta questa premessa è necessario poi inquadrare la fase del modo di produzione capitalistico dove si sviluppa quella temporalità di cui accennavo e provare a tracciare un bilancio sia della fase che delle esperienze teoriche e politiche che in essa si svilupparono. 

  Era una fase rivoluzionaria? A questa domanda – ma ce ne sono tante altre a cui bisogna rispondere – anche se col senno di poi dovremmo rispondere con estrema lealtà guardandoci in faccia prima che le nostre vecchie carcasse vengono affidate alla grigia terra. 

  No, non eravamo in una fase rivoluzionaria. Ma allora abbiamo sbagliato tutto? No, non abbiamo sbagliato tutto/i, in questo modo risponde l’opportunismo variamente colorato. 

Dopo aver partecipato ai funerali di Prospero Gallinari, scrissi un articolo che pubblicai sia su sinistrainrete.info che sul mio sito, La causa delle cose, per stigmatizzare l’atteggiamento della ferocia di qualche magistrato e della stampa benpensante che colse l’occasione per sputare veleno, non soltanto sulle Brigate Rosse e sulle formazioni combattenti, ma sul comunismo e sulla ribellione “non democratica” nei confronti delle malefatte del capitalismo. Sull’opportunismo dei distinguo del gruppettame dell’estremismo cosiddetto di sinistra stendiamo un pietoso velo.

Piantati bene i paletti cerchiamo ora di discutere fra noi tutti guardandoci in faccia non fra chi era appartenuto alla lotta armata e chi no, ma cercando di dare una risposta a quella domanda che ho posto poc’anzi: si trattava di una fase rivoluzionaria?

  Qualche anno fa Toni Negri in una intervista a Corrado Augias sul 3° canale, alla critica che il furbo giornalista gli rivolgeva di aver vissuto come generazione una illusione rispose: « no, siamo stati sconfitti ». Ora, in questione non è Toni Negri, ma la sua affermazione. Perché se è vero che Corrado Augias ha mangiato pane e volpe è altrettanto vero che da parte nostra – cioè dell’insieme delle formazioni che sorsero in quegli anni – possiamo continuare a raccontarci la favola della fase rivoluzionaria e che le formazioni politiche che esprimeva rappresentavano la punta avanzata e la coscienza della classe del proletariato. 

  In modi diversi due generazioni buttarono il cuore oltre l’ostacolo, da ciò a definire la fase rivoluzionaria ce ne corre e tanto. E se alcuni militanti hanno pagato un duro prezzo per quelle “scelte” gli rendiamo onore di essersi battuti – come giustamente dice Mario Moretti – in difesa degli oppressi e sfruttati. 

  Fu combattuta una guerra, di classe? No compagni, non esageriamo, non siamo credibili. E lo siamo oggi in modo particolare che il modo di produzione è entrato in una fase molto, se non completamente, diversa di quella nella quale ci battemmo. Ma proprio per affrontare correttamente questa fase non dobbiamo mentire a noi stessi su quella. 

L’attuale fase ci chiama a un bilancio teorico e politico impietoso ma non sulle “scelte” di allora delle formazioni che si definirono combattenti, ma sul rapporto degli ideali del comunismo con il modo di produzione su un arco di tempo ben più ampio e a ritroso, esattamente al 1848 e alle pagine del Manifesto di Marx-Engels e sulla presunta teoria rivoluzionaria contro il capitalismo facendo leva sul proletariato classe operaia.

   L’illusione cui faceva riferimento Corrado Augias, a parte l’uso strumentale, aveva la sua ragion d’essere circa l’illusione teorica, tutta metafisica, di puntare su una classe, quella operaia perché sfruttata, ed eleggerla – in quanto tale – a fattore taumaturgico della storia per disarcionare dal potere la borghesia e instaurare la propria dittatura. Una classe che andava educata alla rivoluzione dagli ideali del comunismo perché « unica autenticamente rivoluzionaria ». 

  Su queste basi teoriche si sono sviluppate alcune generazioni di militanti un po’ in tutto il mondo, e in tutto il mondo si è altresì sviluppata una lotta senza quartiere per costruire organizzazioni che ne rispecchiassero correttamente l’indirizzo sul piano politico, cioè pratico.  Insomma il groviglio di tutte le nostre complicazioni sta nell’equivoco generato – dal Manifesto – secondo cui il capitalismo sarebbe stato l’ultimo stadio di una storia fatta di uno scontro tra le classi.

  Capisco bene che criticare il Manifesto del 1848 è un pugno nello stomaco per quanti si sono battuti per gli ideali  del comunismo e in modo particolare per quanti hanno duramente pagato in suo nome come ad esempio i militanti delle Brigate Rosse e degli altri gruppi che “decisero” di « elevare il livello dello scontro », ma il medico pietoso fa la piaga verminosa si dice nel sud dell’Italia. 

  Detto in modo chiaro e senza nascondere nulla fra le righe (come soleva dire Marx) se c’è un errore teorico a monte non è possibile correggerlo a valle. Insomma se l’acqua è inquinata alla sorgente a nulla servono reagenti chimici a valle. 

Sbagliarono perciò i militanti delle formazioni che si autodefinirono « combattenti » a operare quella “scelta? È la più stupida delle domande, perché il materialista non decide a posteriori su una comparazione tra più opzioni del momento che fu, ma cerca di spiegare le cause che indussero quei militanti ad agire in modo diverso rispetto ad altre formazioni. Tutto qua. E le cause risiedono nell’aver somatizzato una sofferenza che alcune categorie di proletari e contadini poveri che avevano dovuto subire ad opera di un governo retto dalla Democrazia Cristiana incaricata di procedere a una ricostruzione postbellica senza scrupoli.

  Sicché alla prima occasione in cui il proletariato industriale diede un segnale di classe – luglio 1962 a Torino  – sorsero immediatamente rinvigorite teorie sulla classe operaia. Non da parte del Partito Comunista Italiano piegato alla resistenza, alla democrazia e alle leggi della ricostruzione, ma da parte di singoli militanti che si incominciarono seriamente a interrogare.

  Ma si trattava, ancora una volta, di interrogarsi facendo salvo il cardine del Manifesto, ovvero di una classe che ribalta un’altra, altrimenti detto dell’identificazione del « chi » piuttosto del  «cosa » abolisce lo « lo stato di cose presenti ». 

  A distanza di 8 anni comincia il biennio che alimenterà una serie di illusioni, prima fra tutte quella che la classe operaia se diretta da un partito autenticamente rivoluzionario darebbe l’assalto al potere, mentre si riteneva da parte di un pullulare di formazioni che si svilupparono intorno alle lotte, che il Partito Comunista Italiano non lo fosse. Intorno al principio del « chi », ovvero della classe rivoluzionaria si svilupparono una serie di tendenze teoriche tutte ideologiche e mai tendenti a stabilire il ruolo oggettivo del proletariato nel suo rapporto con le leggi del modo di produzione capitalistico. Si finì così addirittura a ipotizzare una autonomia del proletariato, dunque della classe, indipendentemente dal suo rapporto col capitale, come nel caso del filosofo Mario Tronti poi arenatosi nel più bieco opportunismo, mentre altri si disperdevano nei mille rivoli del mondo democratico tra filosofia, cattedre universitarie o accolti dalla “bontà” dell’establishment in ruoli di rilievo a recitare omelie alla democrazia e al liberismo.  

  Non ci interessa molto in queste note entrare nel merito delle differenze tra i vari autori del cosiddetto operaismo teorico e politico italiano, ma stabilire il rapporto tutto e solo « soggettivo »della classe piuttosto che come risultato dell’andamento del modo di produzione che lo determinava.

Dunque le formazioni politiche che nascevano si sviluppavano più su basi ideali che in quanto riflesso della forza reale che il proletariato era disposto a mettere in campo. Esse venivano catapultate in uno scontro politico con i partiti che difendevano le leggi impersonali del modo di produzione. Dunque non sceglievano come scrive il militante delle Brigate Rosse Piero Bassi in Scritti scelti, nel capitolo Lettera a un figlio « In fondo, è questo il ruolo di un padre, un ruolo che ha molti punti in comune con quello di un Rivoluzionario: seminare germogli di coscienza oggi affinché essi possano generare frutti abbondanti domani. Sta a te, ovviamente, decidere se essere o meno un frutto domani ».

 Pertanto la Democrazia Cristiana e i suoi alleati, unitamente agli apparati dello Stato, divenivano nei fatti il vero potere piuttosto che l’espressione di un potere dei rapporti impersonali del modo di produzione capitalistico. Dunque il nemico giurato da sconfiggere. Non che non avessero le responsabilità gravi e enormi, ma il potere reale era ben più complesso della semplificazione che ne facevano le formazioni di estrema sinistra e in modo particolare quelle che si autodefinivano combattenti. 

  Insomma la dico in parole povere esemplificando al massimo: la Famiglia Agnelli, del maggior gruppo industriale italiano, poteva svolgere il proprio ruolo di sfruttare i lavoratori perché il potere politico lo garantiva. Sconfiggendo l’apparato politico e le strutture dello Stato si sarebbe ridotto al minimo il potere del capitale e del capitalismo e il proletariato, classe operaia, diretto dai comunisti rivoluzionari, poteva dettare legge nei confronti degli industriali, ovvero del capitale.

  Si trattava di una tesi che rispondeva all’enunciato teorico per cui una classe, il proletariato doveva divenire perciò autonoma e indipendente, ovvero sviluppare il suo percorso da « classe in sé »a  «  classe per sé » come enunciato teorico del « marxismo ». In che modo? Attraverso « la palestra » della lotta di classe. E siamo sempre agli enunciati del « Manifesto ».

  Si trattava di un aspetto teorico che affascinava non soltanto gruppi di militanti di origine studentesca e/o universitari, ma prendeva piede anche tra fasce di proletariato giovanile all’interno della grande industria, spesso in contrapposizione con le strutture preesistenti sindacali e politiche che aderivano sia alla Cgil che al Partito Comunista italiano. Una contrapposizione che assurse a simbolo con l’uccisione del delegato operaio Guido Rossa nel 24 gennaio del 1979 a Genova. 

Ma a distanza di un anno o poco più arrivò sul proletariato italiano una batosta che avrebbe messo a dura prova la sua capacità di resistenza e il suo percorso di divenir « classe per sé», con la crisi alla Fiat e i licenziamenti prima politici, di quelli in odore di terrorismo perché aderenti e/o simpatizzanti delle formazioni dell’estremismo “armato”.

  Ora il materialista di fronte ai due fatti come quelli del luglio 1962 dove i giovani operai provenienti dal sud dell’Italia, per un accordo che li discriminava, tennero in scacco la polizia per una settimana a Piazza Statuto mentre il riformismo politico sputava veleno su di essi definendoli vandeani e teppisti, e l’autunno del 1980, coi 35 mila licenziamenti, i 35 giorni di sciopero e la marcia dei 40.000 quadri che segnarono la sconfitta della classe operaia e l’inizio del declino del suo partito fino ad arrivare al nullismo dell’oggi, dovrebbe tentare di trarre un bilancio circa la tesi sulla possibilità di sviluppare l’autonomia di classe, o l’indipendenza della classe. Se non abbiamo questa forza e questa capacità pazienza, ci raccogliamo compostamente e cerchiamo di rifare i conti. 

  Se volessimo semplificare potremmo dire che proprio l’uccisione di Guido Rossa rappresentava la forbice divaricante tra lo stato reale del proletariato e della classe operaia e le formazioni politiche dell’estremismo di sinistra che si proponevano di educarlo alla rivoluzione. Insomma diciamola in modo brutale: il luglio 1962 non era stato preparato da nessuna formazione politica e ancor meno dal Partico Comunista che la rappresentava sul piano elettorale. Ed eravamo in una fase ascendente dell’accumulazione capitalistica. Mentre quando comincia la crisi e la grande ristrutturazione – come alla Fiat, il proletariato arretra mentre avanzano i quadri, ovvero la forza corruttiva del “padrone”. Questo nonostante ci fossero state le formazioni di propaganda e agitazione dell’estremismo di sinistra fino al sequestro Moro e l’uccisione della sua scorta e dello stesso dopo la prigionia.

Dal che ne dovremmo dedurre, schematizzando per rendere chiara l’idea, che il proletariato cresce in condizione, in modo particolare in Occidente, col crescere dell’accumulazione del capitale, mentre arretra e diviene un « un girasole » che guarda al capitalista, al capitale e al capitalismo come il girasole guarda il sole con l’avanzare della crisi del modo di produzione. Svanisce così la teoria della rivoluzione incentrata sulla classe operaia come soggetto e tutte le sue varianti che l’avrebbero voluta autonoma e indipendente nel suo percorso da « classe in sé » a « classe per sé ».

 Insomma dal Manifesto in poi abbiamo vissuto una illusione quella di puntare su una classe che in quanto sfruttata potesse esprimere valori di egualitarismo contro l’individualismo e il liberismo “borghese”; che i comunisti ne avrebbero dovuto assorbire i connotati e volgerli al resto della società per diffonderne l’egemonia come pensava Gramsci. E tanti ancora oggi blaterano a riguardo.

   Niente di grave, il mondo umano vive di illusioni basta pensare che le religioni organizzano ancora centinaia di milioni di uomini sul presupposto dell’esistenza di Dio da oltre 2000 anni, perché i comunisti non avrebbero potuto pensare che una classe sociale potesse essere taumaturgica e salvare l’uomo dal capitalismo?

  Al punto in cui siamo però arrivati c’è una differenza di non poco conto: mentre ad esempio il cristianesimo non ha avuto la possibilità di verificare la non esistenza di Dio nell’al di là, i comunisti hanno avuto invece questa possibilità nell’al di qua, dunque si tratta di prenderne atto e di spostare l’analisi sul modo di produzione in quanto fattore storico temporale piuttosto che farlo dipendere da una classe che lo detiene. 

  Ora, per non portare a spasso il cane, cerchiamo di trarre qualche conclusione. 

  All’indomani della sconfitta piuttosto bruciante del 1980 alla Fiat, avremmo dovuto fare un bilancio teorico ancorché politico di tutta la nostra impostazione ideale che affondava le sue radici nel Manifesto. Non lo abbiamo fatto. Anzi abbiamo continuato e ritenere che il proletariato non si muoveva perché i gruppi dirigenti politici e sindacali lo tenevano bloccato. Pazienza. Abbiamo continuato a inventare sigle su sigle tanto sindacali quanto politiche senza trarre un ragno dal buco. Per quanto ancora? Visto che come generazioni stiamo per lasciare le carcasse nella fredda terra?

La questione che si pone non riguarda se essere dei buoni o cattivi maestri, perché la storia insegna che le masse sono mosse solo dallo spirito istintivo di necessità come è successo dopo l’uccisione di G. Floyd negli Usa, il punto più avanzato del moto-modo di produzione. Un movimento che è rifluito e non poteva che rifluire, certo, ma nel contempo ribolle l’Africa e ben presto ci troveremo di fronte a movimenti spontanei e violenti anche in Europa senza la preesistenza di gruppi politici “rivoluzionari” come si illudono alcuni nostalgici creatori di sigle e siglette.

  Veniamo alla proposta che emerge dall’articolo di Contropiano premettendo che non ci interessa un bel niente di tutte le dicerie più o meno artate e strumentali che sono girate intorno ad alcuni personaggi delle Brigate Rosse e non solo, e ci interessa ancor meno di eventuali rapporti durante il tentativo di trattativa dopo il sequestro Moro. Per il materialista vale il principio che tra il corruttore e il corrotto va condannato innanzitutto il corruttore e poi vanno capite le ragioni del corrotto, ovvero le cause che lo hanno spinto a farsi corrompere.  

Quanto poi alla linea della fermezza, beh, che dire? lo Stato fa il suo e i personaggi giocano secondo i ruoli che sono chiamati a svolgere.  Semmai non andrebbe citato come esempio esaltante di coerenza rivoluzionaria il sequestro Cirillo e la trattativa con gli organi dello Stato, della Democrazia Cristiana e la mediazione della camorra con incontri nell’infermeria del carcere di Poggioreale a Napoli, reso di dominio pubblico dagli organi di stampa del periodo.

  Dice Mario Moretti «Potrò aver sbagliato tutto ma so di essere sempre stato dalla parte giusta. Quella degli oppressi». Giusto! 

  Scrive però Contropiano « La liberazione di Mario Moretti dunque – come di altri compagni segregati in istituiti di pena o persino al 41bis – oggi che sono trascorsi più di quarant’anni da quei fatti e che l’Italia è un paese profondamente mutato (in peggio) ed in cui si fatica a intravedere anche solo l’ombra di una protesta (figurarsi la lotta armata) sarebbe un dovere morale e politico per delle istituzioni democratiche che si rispettino ».

  Ma in questo modo si finisce per mettere, volenti o nolenti, una pietra tombale sulla lotta di classe, come dire: è tutto finito e il modo di produzione capitalistico vivrà in eterno. Altro che Fukuyama! Si tratta di una pessima sensazione innanzitutto perché si dà per certo quel che certo non è. Il modo di produzione oggi è in crisi e si aprono prospettive diverse che dagli anni ’60 e’70 del secolo passato. Dunque se le ragioni valoriali del comunismo valevano allora valgono ancora e sempre più oggi che il mondo viaggia paurosamente verso la catastrofe. 

  E ancora scrive Contropiano «  Auspicando inoltre una soluzione politica al conflitto armato degli anni ’70, alla quale lo Stato non ha mai voluto dare seguito ».

Ma lo Stato democratico è vendicativo in quanto tale, perché alimentare un dubbio a riguardo? In base alla fine di un conflitto? Ma il conflitto oggi più di ieri compare all’orizzonte per la crisi del modo di produzione e lo Stato, anzi gli Stati si vanno sempre più attrezzando.

  O ancora « D’altronde Togliatti amnistiò i fascisti dopo un anno. Mentre qui sono passati cinquant’anni dall’inizio di quel conflitto e trentacinque dalla sua fine anche formale, ma ancora l’Italia ha difficoltà ad affrontarlo serenamente. Non solo sul piano storiografico ma soprattutto politico ».

   Ma Togliatti – cari compagni – era espressione di un compromesso tra blocchi, dunque caduto dall’alto, in un contesto realmente post-bellico e solo momentaneamente serviva per quel che servì. Non a caso di lì a poco fu fatto fuori insieme suo partito e avviare il processo di ricostruzione contro il proletariato organizzato in partito.  Dunque una unità nazionale ma contro i comunisti.

  Scrive ancora Contropiano « Moretti tuttavia personifica, con la sua permanenza in carcere e per chi la Storia voglia leggerla venendo fuori dai coni d’ombra proiettati dalla propaganda tossica degli apparati del potere e dagli organi di stampa, la vergogna di uno Stato che ha costruito, sull‘insorgenza degli anni ’70, una narrazione infarcita di menzogne, dietrologia e fantapolitica ».

  Ma cari compagni di che vi meravigliate? La storia post-bellica la scrivono da sempre i vincitori, perché dovrebbe fare eccezione lo Stato democratico moderno in Italia con tutto il suo codazzo servile. 

   Le due generazioni di militanti comunisti, quelle nate negli anni ’40 e ’50 del secolo passato, dovrebbero rendere onore a quanti si batterono contro il potere criminale della Democrazia Cristiana, connivente con la mafia mentre criminalizzava i comunisti dicendo che mangiavano i bambini.

Ora in quello che scrive Moretti c’è certamente una forzatura «una guerra civile a bassa intensità ». No, gli anni ‘70 sono stati una fase convulsa di piena affermazione di un moto storico di produzione e delle ideologie ad esso connesse, che in relazione ad esso non potevano che mettere l’uomo e la sua volontà davanti e al di sopra delle relazioni tra cose. Tutte figlie e risultato dei rapporti reali degli uomini con i mezzi della produzione e delle necessità dello ‘sviluppo delle forze produttive. Da punti di vista opposti e come riflesso agente di forze reali della società – oppressi e oppressori – gli anni ‘70 nella parabola ascendente di un modo di produzione non poterono che essere in realtà l’amaro epilogo del ritenere che è la forza di volontà degli uomini a fare la storia. Siccome così non è, chi ha percorso questa via non poteva che ritenere di essere stato sconfitto da un ‘nemico più forte’, meglio organizzato e capace di corrompere l’animo umano. Il cui risvolto era che le masse non fecero la rivoluzione per “il tradimento dei capi”, cioè del Pci e che il gesto e il sacrificio della lotta armata avrebbe smascherato. C’era chi già allora diceva che il ‘convincimento’ delle masse a smascherare il tradimento dei capi non poteva darsi con la lotta armata, altrimenti detto da posizioni di tutto comfort si proponeva di concertare con lo stato di cose presente. Se oggi lo possiamo affermare con più forza teorica è anche grazie al tentativo che fu operato da quei gruppi di militanti.

  E ha ragione Mario Moretti a scrivere che «Il mero giudizio morale sulla storia dell’insorgenza armata e delle Br, come anche un mio eventuale pentimento di fronte ai parenti delle vittime, non avrebbero alcun senso. Sarebbero solo un atto di pura ipocrisia».

  E aggiungo: non solo sarebbe un atto di pura ipocrisia, ma verrebbe utilizzato dall’establishment come ulteriore pietra tombale, “definitiva”, nei confronti di quanti si domandano oggi, non più ieri, che fare contro la tendenza verso la catastrofe del modo di produzione capitalistico. E giustamente un militante come Mario Moretti perché dovrebbe contribuire a ciò dopo 42 anni di carcere? Per portarsi nella cassa di legno la benemerenza dello Stato democratico? A che scopo se no? 

  La lotta degli oppressi e sfruttati non si estingue con la sconfitta di una formazione politica. Ma si riproduce con l’aggravarsi della crisi in atto. Pertanto chi propone una soluzione « un atto di onestà da parte dello Stato! » oggi era illuso prima nel ritenere che le masse vengono mosse dalla coscienza trasmessa dalle avanguardie e si illude oggi che la sconfitta di una organizzazione rappresenti la fine della lotta degli oppressi.

  Il compianto Salvatore Ricciardi soleva ripetere che il capitalismo che ha promesso mari e monti ha solo riprodotto su scala mondiale disastrosi rapporti di dominio pertanto una nuova primavera rivoluzionaria sarà inevitabile.

Michele Castaldo

Una opinione su "Caro Mario Moretti"

  1. non esiste pensare alla rivoluzione non prendendo in considerazione l’internazionalismo, base da cui deve partire ogni seria riflessione, ragionamento anche attuale sull’argomento ✊

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