Dietro la maschera della ferocia sionista: sessantotto morti palestinesi e un’infinità di feriti per ogni ostaggio israeliano liberato

Eravamo rimasti al 1943 e alle Fosse Ardeatine, ovvero al rapporto applicato dai comandi militari tedeschi, di 10 italiani uccisi per ogni soldato  tedesco morto a seguito dell’attentato di via Rasella a Roma.

   Si sa che i record sono fatti per essere superati, ma riuscire a superare in tempo di pace un rapporto brutale stabilito in tempo  di guerra, ce ne vuole eccome. Ebbene lo Stato sionista di Israele, totalmente in preda a una furia omicida è riuscito anche in questo tra il plauso degli asserviti propagandisti interessati a difendere gli interessi occidentali attraverso la difesa dello Stato sionista.

 Per quanti fossero interessati a saperne oltre la ferocia della propaganda occidentalista diciamo che  poco dopo le 11:00 del mattino attraverso i canali telegram della resistenza palestinese trapelava la notizia che fosse in corso una infiltrazione di terra dell’IDF nel centro della Striscia di Gaza e presso il campo di Nuseirat, sottoposto anche da pesantissimi bombardamenti con elicotteri Apache e cannoneggiamenti vari. In sostanza che fosse in corso l’ennesimo massacro pianificato da parte dello Stato di Israele. Non c’è voluto molto, mentre avveniva la conta dei martiri palestinesi, una volta che le truppe sioniste si erano ritirate e i cannoneggiamenti dal cielo e dal mare terminati, che sempre gli stessi canali della resistenza da Gaza hanno iniziato a dare notizia di quanto fosse accaduto e come fosse avvenuto l’ennesimo eccidio israeliano: dal molo mobile sulla costa di Gaza appena ripristinato dagli U.S. Marines proprio il 7 giugno, un finto convoglio di aiuti umanitari è riuscito a raggiungere indisturbato il centro del mercato del campo di Nuseirat, dove le forze speciali hanno iniziato un fuoco indiscriminato contro la gente in strada.

   Con questa operazione, che si è avvalsa del coinvolgimento diretto in campo di forze militari degli USA, del loro supporto logistico, delle infiltrazioni di finti “profughi” agenti dell’intelligence sionista, del ruolo embedded al colonialismo svolto anche da certe “operazioni umanitarie” e dalla fame usata come arma di guerra, Israele può rivendicare al mondo intero il suo primo significativo successo militare sul campo dopo 8 mesi: la liberazione di 4 israeliani – di cui parleremo in seguito – catturati il 7 ottobre dalle milizie della resistenza al prezzo di più di 274 morti accertati fino ora e oltre 400 feriti tra i palestinesi, in gran numero bambini e donne. Con questo atto Israele scrive un’altra pagina della sua orrenda storia. Se non bastasse l’attuale genocidio quotidiano condotto da 8 mesi, si raggiunge questo nuovo orrendo crimine tanto da far impallidire il rapporto di 10 italiani a 1 del nazismo tedesco dopo via Rasella, come detto in apertura.

   L’ironia della sorte è che Noa Argamani, icona divenuta famosa dell’Occidente a rappresentare le presunte “atrocità” contro le donne compiute il 7 ottobre e smentite dalle stesse inchieste giornalistiche israeliane, probabilmente deve proprio ad Hamas e alle forze della resistenza palestinese di essere scampata alla morte per causa del fuoco amico dell’IDF, che in quelle ore convulse fu responsabile dell’uccisione della maggior parte dei cosiddetti civili israeliani, sia tra i giovani che scappavano dal rave che nei kibbuz bombardati con i carri armati. Solo una gioventù cresciuta in una società colonialista che trasuda di razzismo e di apartheid, dunque di totale disprezzo verso la vita degli arabi e dei palestinesi, poteva organizzare una festa danzante nei pressi di quello che la storia ricorderà come il più vasto lager a cielo aperto del XX e XXI secolo, immaginando che gli agenti di sicurezza armati lì presenti (perché questo era il ruolo svolto dagli altri tre prigionieri liberati l’8 giugno in un bagno di sangue palestinese) avrebbero garantito il loro divertimento in sicurezza e nella totale indifferenza per la sofferenza umana di 2,3 milioni di palestinesi assediati da anni al di là del muro di Gaza. Di fatto Noa deve proprio alla sua cattura se oggi è incolume, al tempo stesso dovrebbe imputare al razzismo di Israele gli 8 mesi della sua prigionia.

   Sulle prime pagine dei media occidentali il nuovo record degli orrori di Israele viene presentato come un successo del “blitz” militare, si applaude all’audacia dell’intelligence sionista e statunitense, descritta sui quotidiani con una dovizia di particolari simile a una sceneggiatura cinematografica. Così si prova a rinnovare la campagna politica che Israele stia combattendo a Gaza per liberare dei “civili innocenti”, corroborata dalla notizia del giorno e dal relativo successo dell’operazione militare speciale. Una propaganda nei confronti della quale anche in Occidente si dà sempre meno credito fintanto da mandare in crisi le istituzioni internazionali sorte per legittimare gli interessi del colonialismo e dell’imperialismo occidentale. Non ci si dimentica di aggiungere, come è tipico del perbenismo democratico liberale, che ora la “comunità internazionale” degli stati democratici dell’Occidente si debba impegnare per non compromettere le trattative per il rilascio di tutti i cosiddetti ostaggi in mano ad Hamas e per un “cessate il fuoco”, cui deve corrispondere l’appoggio alla “strategia Biden”.

   Non ci lasciamo incantare dai raccontatori di fumo: Israele non sta portando avanti un genocidio effettivo per liberare degli ostaggi. La sua barbarie nasconde la crisi di una nazione che sta scricchiolando dal suo interno, che intravede nella definitiva pulizia etnica della Palestina la sola potenziale via di sopravvivenza. Il governo israeliano è ben consapevole che la trattativa per lo scambio di prigionieri rappresenta per Eretz Israel una sconfitta politica qualora venisse effettivamente condotta, perché dimostrerebbe il dato materiale di non poter ottenere sul piano della politica quanto non riesce ad ottenere sul piano strettamente militare contro la resistenza palestinese. Una trattativa che logora Israele e che approfondisce le linee divisive già presenti nella società dell’apartheid che ha edificato con il sostegno, il contributo e per gli interessi generali dell’imperialismo occidentale. Netanyahu, che non rappresenta se stesso, ma le necessità impersonali di sopravvivenza di Israele e del dominio occidentale nell’area, ha chiarito quale è l’unico modo sostenibile per gli stessi Occidentali di gestire l’intera vicenda con la resistenza palestinese avente come finto scopo lo scambio di prigionieri: prendere tempo per ridare fiato a una truppa in preda a una incontenibile follia genocida ma che all’interno della stessa aumenta lo stato di frustrazione e demoralizzazione per l’incapacità a raggiungere alcun risultato spendibile sul piano militare e del morale, in bilico tra una crisi di produttività e di penuria di forza lavoro contesa dalla necessità di fornire forze fresche a chi compie massacri a Gaza, in Cisgiordania e nei territori della Palestina occupata a Nord. E’ sempre dell’8 giugno la notizia del suicidio del militare della riserva Eliran Mizrahi al culmine di una profonda depressione post traumatica, che solo poche settimane fa si faceva fotografare sorridente, mitra in mano e seduto in poltrona tra le maceria di una casa di Gaza. Così come mentre si diffondono le manifestazioni di piazza animate da giovanissimi israeliani che gridano “morte a tutti gli arabi”, dall’altra parte le dimissioni dal gabinetto di guerra del Ministro Benny Ganz fanno eco alle mobilitazioni di piazza di Tel Aviv per le dimissioni di Netanyahu (ancora la sera stessa dell’8 giugno disperse dalla polizia mediante l’uso dei cannoni ad acqua) e testimonia una realtà che non fa dormire sogni tranquilli all’intero establishment occidentale: la società israeliana nella condivisione dell’obiettivo generale della pulizia etnica della Palestina è sempre più lacerata al proprio interno perché la crisi generale di un modo di produzione impersonale non gli consente di rimanere coesa nel momento storico dato, mentre un mondo vasto e composito si unisce al grido di resistenza della Palestina contro l’Occidente tutto.

   I media occidentali e italiani fanno gli struzzi per esorcizzare la crisi del loro presunto inossidabile mondo e non possono che esaltare le gesta delle forze speciali israeliane e il genio dell’intelligence occidentale, concludendo che l’uccisione di 274 palestinesi per salvare quattro “di noi” ne è valsa comunque la pena, ne è valsa la pena se con questo atto criminale si ridà lustro al mito dell’unica democrazia del Medio Oriente a difesa dei “nostri comuni interessi” e dei valori liberali dell’Occidente. Dubitiamo fortemente che anche questa campagna politica possa avere successo. Ce lo dicono le immagini delle improvvise e spontanee manifestazioni di ieri ai quattro angoli del mondo: in Marocco, Tunisia, Giordania, Nablus, Los Angeles, Londra, Parigi, Manchester, Lione, Melbourne, Toronto e che iniziano a diffondersi anche a Tokyo e Seoul. Perfino nell’Italia sofferente di sonnambulismo a Torino una immediata mobilitazione spontanea ha bloccato il traffico ferroviario come giorni fa era già avvenuto a Bologna. E’ risultato chiaro alla “linea rossa” dei 100 mila di Washington che hanno circondato la Casa Bianca l’8 giugno per la Palestina e contro il genocidio portato avanti da Israele e dagli Stati Uniti, che la famosa “strategia Biden” è una menzogna il cui scopo è far prendere fiato allo stato sionista sotto stress e sulla via del tracollo, che di fatto sta perdendo la sfida politica nei confronti della resistenza palestinese in Palestina e nel mondo. Israele e gli Stati Uniti stanno seminando violenza perché è in gioco la loro sopravvivenza di fronte ad una crisi generale che colpisce duramente l’Occidente che non è più in grado di svilupparsi e con ciò mettere sul piatto del mercato quella merce fondamentale che per tutto un corso storico ha smerciato per il mondo: la superiorità delle proprie libertà, della sua democrazia e del suo sviluppo realizzato attraverso 500 anni di rapina coloniale. Anche sul tema dei diritti delle donne rimane come unico vessillo da innalzare quello secondo il quale le virtù del mercato sono in grado di realizzare le condizioni della loro autodeterminazione e emancipazione anche attraverso il libero accesso all’industria della prostituzione e del mercato della vendita dei propri uteri come madri surrogate per le famiglie ricche occidentali. In sostanza, dietro la patina di eroismo sbattuta in prima pagina, l’isolamento dell’Occidente è più palese e con esso si fa strada con tratti discontinui ma marcati una necessità di lotta politica serrata, collettiva e di massa contro la società liberista in via di imputridimento e decomposizione e che vuol rendere a fatto normale quotidiano il genocidio dei palestinesi e dei popoli storicamente colonizzati.

Eliran Mizrahi ritratto tronfio e soddisfatto a Gaza prima di suicidarsi il 7 giugno 2024 quando è stato richiamato in servizio militare con destinazione Rafah nonostante fosse già diagnosticato gravemente affetto da depressione da stress post traumatico.

ALGAMICA – Alessio Galluppi, Michele Castaldo

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