C’era una volta l’America

di – ALGAMICA, Roma novembre 2024

Le elezioni americane erano molto attese quasi che esse avrebbero deciso le sorti del mondo su una serie di problemi in modo particolare in Occidente, ma – senza che ci nascondiamo la realtà­ ­– anche nel resto del mondo. Queste elezioni hanno eletto Trump. E ora?

   Anticipiamo la nostra tesi: l’America non potrà più essere quella che finora è stata. Cerchiamo allora – brevemente – di chiarire ciò che è stata e perché non potrà più essere tale. Altrimenti parliamo del nulla.

   Una prima considerazione:

Le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America appena consumatesi hanno rilevato un passaggio in avanti nella tendenza non lineare verso il crack degli Stati Uniti per come la storia moderna ha caratterizzato in maniera eccezionale l’America in relazione al resto del mondo contemporaneo che,  recentemente, si affaccia sul comune mercato. Un passaggio, quello elettorale, che in Occidente dichiaravano essere storico e determinante per il futuro stesso delle democrazie occidentali.

   Nell’aprile del 2023, in prefazione al libro di Michele Castaldo Modo di produzione e libero arbitrio, scrivevamo che negli ultimi 3 anni, «…nel cuore pulsante del capitalismo mondiale, gli Stati Uniti, abbiamo visto e sentito risuonare più volte l’infrangersi della cristalleria, mentre a Tel Aviv, in Israele, si assiste al persistere dei raduni di centinaia di migliaia di israeliani nelle proteste denominate “giornata della disgregazione”. Mentre scrivo questa prefazione, dalla California al cuore dell’Europa i capitali fuggono dalle banche, che inevitabilmente collassano e questa fuga non può più essere spiegata dallo schema delle bolle finanziarie che occasionalmente esplodono…»

   Si descriveva una fase di crisi del modo di produzione che non è per nulla congiunturale, ma decisamente sistemica e strutturale per l’esaurirsi dei fattori fondamentali del motore dell’accumulazione che Marx scientificamente spiega consistere essenzialmente nella “sovrapproduzione di capitali”, il cui moto unitario veniva continuamente ricompensato dalle sue inevitabili contraddizioni attraverso lo sviluppo della produttività e la progressione dell’allargamento del volume della domanda di merci sul mercato mondiale, ovvero della continua progressione dello sviluppo demografico che andava a costituire la massa dei consumatori in rapporto all’accumulazione. Una crisi, perciò, che è di tipo scompositivo, e che a sbalzi disgrega l’intero spettro delle relazioni sociali e sovrastrutturali consolidate dal mercato mondiale e dal processo dell’accumulazione. Una crisi che stava trascinando l’Occidente e in particolare gli Stati Uniti d’America verso una sua scomposizione e frammentazione che non escludeva – e tutt’ora non esclude – affatto scenari di una nuova guerra civile.

   A guardare le cose dappresso circa la crisi degli Stati Uniti e di Israele – formazioni storiche dell’Occidente complessivo la cui fondazione nazionale “eccezionale” è avvenuta attraverso l’afflusso di coloni e di popolazioni di diverse nazionalità europee che hanno dismesso quella di origine fondendosi nella nuova – eravamo stati facili profeti. Ma non potevamo prevedere le forme esteriori, i tempi di questa tendenza storica determinata, tantomeno quali sarebbero stati da lì a pochissimo i successivi momenti di shock traumatico causati dal moto incessante della crisi.

   Così come non potevamo prevedere che la forza causale della resistenza palestinese entrasse in campo come fattore casuale il 7 ottobre 2023 nel nervo scoperto della crisi che attanaglia l’Occidente e Israele come non mai a partire dalla crisi delle catene del supply chain delle materie prime che ha fatto risaltare la pandemia passata. C’è anche da rilevare per inciso che il 7 ottobre non è caduto nel vuoto e che sul piano temporale segue il generale subbuglio di rivolta delle popolazioni africane del Sahel e dell’Africa occidentale contro gli effetti del fallimento del post colonialismo e contro l’oppressione neocoloniale dell’Europa e degli Stati Uniti che occhieggia alla Russia con la quale si intende intraprendere un rapporto di scambio (seppure diseguale) tra paesi produttori di materie prime. Una avvenimento, quello del 7 ottobre, che è appunto rivoluzionario all’interno del moto della crisi, che non solo ha messo a nudo la crisi di Israele e in particolar modo la corrosione del legame di appartenenza con la nazione ebraica e di identificazione col sionismo da parte di strati sociali delle nuove generazioni di ebrei in Nord America e in Inghilterra, ma che ha lanciato una sfida rivolta all’intero Occidente proprio mentre vive un disperato bisogno di materie prime a basso prezzo. Una sfida che ha trovato il suo riverbero in particolare proprio nell’Occidente anglosassone e nei paesi dell’Europa continentale che più di altri hanno una lunga storia di violento colonialismo e razzismo caratterizzato da una mobilitazione altalenante ma diffusa e persistente, che ha posto di fronte al tribunale della storia il razzismo strutturale della cosiddetta civiltà democratica occidentale e dei suoi diritti universali dell’uomo. Una casualità, dunque, nella linea temporale delle forze causali che ha costituito uno dei fattori non secondario della sconfitta della candidatura Democratica.

   Pur intuendola, non immaginavamo però la profondità della sconfitta di Kamala Harris che assume il contorno di una vera catastrofe politica del Partito Democratico e che ne preannuncia la sua morte politica dopo quasi duecento anni di storia macchiati di sangue. Era il partito dell’uomo comune e che voleva rappresentare le prerogative della libertà inviolabile del cittadino e della proprietà privata di fronte alla democrazia della maggioranza e nei confronti dello Stato federale. In realtà il Partito Democratico era essenzialmente l’espressione del grande proprietario delle  piantagioni schiaviste la cui economia – una forma economica particolare del colonialismo europeo – era in reciproca connessione, seppure inizialmente come appendice, con la rivoluzione industriale nel vecchio continente di fine ‘700 e dell’800, rapporto che è perdurato fino ai giorni d’oggi seppure in termini rovesciato di espressione di reti di interessi economici e di scambio che collegano l’America al mercato mondiale attraverso l’Atlantico. Un legame che collideva in termini di rappresentazione politica di fronte all’altra spinta necessaria delle forze impersonali dell’accumulazione che il politologo stolto europeo definisce, erroneamente e con retaggio presuntuoso, “isolazionista”. Si trattò di una spinta che si affermò come maggioritaria trovando nel Partito Repubblicano il suo rappresentante tradizionale, il quale seppe interpretare il portentoso sviluppo che si realizzava verso l’Ovest interno e il Pacifico. Un direzione univoca che durò sostanzialmente dal 1812 fino al 1941, l’anno della decisiva entrata in guerra degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale (mentre nella precedente guerra fu solo una breve apparizione di circostanza per assicurarsi il sigillo formale del suo potere economico ascendente che stava già guadagnando).

   Quali fossero i fattori materiali di un modo di produzione unitario a far prevalere le forze impersonali dell’isolazionismo americano ce ne dà un brillante cenno Marx nel suo articolo del 1850 ne Lo spostamento del centro di gravità mondiale: le immense ricchezze in termini di giacimenti d’oro della California e di altri minerali quali il carbone e soprattutto il petrolio, le immense possibilità offerte dalle rotte vergini del mercato che da Ovest si affacciano sul Pacifico e le potenzialità della Cina e dell’Asia; e in particolar modo proprio lo sviluppo tumultuoso demografico dell’intera Europa continentale, dalla Gran Bretagna fino alla Russia per via dei rapidi processi di urbanizzazione indotti dalla rivoluzione industriale. Un serbatoio di popolazioni di diverse nazionalità europee che in maniera eccezionale, attratte dalla corsa verso l’Ovest interno e quello dei traffici con le rotte del Pacifico determinarono la nuova nazionalità americana per irlandesi, inglesi, francesi, italiani, tedeschi, polacchi, francesi e russi, chi con un piccolo gruzzolo da parte, chi con le mani indurite dai calli, tutti però premiati dal privilegio bianco della schiavitù e del razzismo sistemico. Una corsa verso l’Ovest che per realizzarsi dovette sovvertire l’economia della piantagione divenuta oramai improduttiva, di ostacolo per il fabbisogno della popolazione e in rapida crescita, che doveva dare sfogo all’utilizzo di macchinari in agricoltura prodotti dalle industrie del Nord. Una spinta che nel realizzarsi necessariamente rendeva meno determinante la relazione economica dipendente con la rotta atlantica e per rovesciare quel rapporto da appendice per poi divenire guida dell’Europa fu necessaria una sanguinosa guerra civile che sancì la democrazia basata sul dominio della maggioranza “isolazionista”.

    Di fronte al crac delle elezioni di questo novembre 2024, che è molto più ampio se togliamo lo sguardo dal semplice conteggio dei voti e delle preferenze, l’intero establishment liberista e liberale occidentale che lo temeva e sperava di esorcizzarlo, sostenendo a gran voce il ritiro del logoro genocida John Biden per dare spazio a una leader politica mediocre, nonché ex Procuratrice di Stato (in sostanza un ex prefetto di polizia). Un tentativo operato dall’establishment democratico preoccupato e intimorito circa il futuro dalle tinte fosche che si prospetta per lor signori. Per un verso e per la decrepita Europa occidentale per l’altro versante, con buona pace delle neo destre europee che vorrebbero emulare il grande fratello americano ma senza averne i mezzi per seguirne il corso. 

   Sia chiaro: a uscirne devastato non è solo il Partito Democratico, ma con esso viene sovvertita l’intera rappresentazione politica. Una rappresentazione che ha caratterizzato l’America nel corso di quasi 150 anni.

    Una rappresentazione che Alexis de Tocqueville ammoniva di trattarsi di un modello di democrazia però irripetibile, perché fondatasi in condizioni storiche senza precedenti e del tutto diverse dal resto delle nazioni dell’Europa. Una realtà sociale “eccezionale” che rendeva capace di conciliare la formazione di una democrazia basata sul dominio della maggioranza e il massimo delle libertà dei piccoli produttori che operano sul mercato cui viene riconosciuta costituzionalmente la legittimità di difendere armi in pugno la propria proprietà privata. Uno sviluppo delle forze del mercato e della accumulazione che mentre nel corso della sua storia ha dato libero sfogo all’individualismo egoistico più sfrenato come risultato della libera concorrenza, ha riassunto e ha avuto la capacità di rappresentare le molteplici spinte centrifughe attorno a due grandi linee politiche e a un bipartitismo granitico dai tratti naturali. Una rappresentazione della società che ha gravitato coesa attorno a due tendenze economiche in continua oscillazione e collisione: una che ha guardato a mantenere vivi gli interessi economici decisivi con le forze economiche dell’Europa occidentale e continentale alimentata dal reciproco vantaggio dell’economia delle piantagioni basate sulla schiavitù; l’altra, viceversa, correva verso l’Ovest interno attratto dalla rotta del valore verso il Pacifico disinteressata alle vicende politiche e economiche del “vecchio continente” di origine. Sarebbe il caso studiare la storia della California e del Texas che rappresentano altre due particolarità dai tratti eccezionali contenute nell’eccezionalità della storia americana generale.

   Appare dunque chiaro che una affermazione politica che ha dismesso il conservatorismo repubblicano “tradizionale” della seconda metà del XX secolo per recuperare la sua originaria vena “isolazionista”, congiunta alla sconfitta del Partito Democratico che ha il sapore di un disfatta generale, costituiscono fattori che riflettono lo scricchiolio di pezzi complementari del domino che hanno tenuto unita la catena dell’Occidente composto dai processi della storia.

   Trump a risultati ancora ufficiosi, ma certi, parla dal palco di Palm Beach e non si rivolge al partito ma al “Maga” e assistiamo così al battesimo di un nuovo movimento politico nazionale. Un nuovo movimento politico che rappresenta in maniera organizzata un nuovo quadro di destra sociale individualista, incoerente, populista, complottista, razzista e complicato da cavalcare e governare. Dunque un movimento sociale composito, confuso e contradditorio che a differenza del 2016 non esprime solo un voto di opinione, e che diviene partito politico organizzato, strutturato e radicato nel sociale, scalzando così definitivamente il vecchiume del Partito Repubblicano tradizionale, dei vari Nixon, Reagan e Bush di cui ne rimane solo il nome. Un nuovo movimento storico e un nuovo partito all’interno di un nuovo quadro sociale e politico che emerge dalla percezione diffusa nella psicologia di massa circa la crisi crescente dell’American Dream.

   Una crisi che affligge le classi sociali in particolar modo la middle class bianca europea che si avvia tra le nuove generazioni a non comporre la struttura ultra maggioritaria della popolazione. Sono strati sociali che nella psicologia di massa si sentono accerchiati dall’interno e dall’esterno e che ritengono le cause della crisi quale risultato di un complotto ordito contro la nazione e il popolo da parte di agenti interni e esterni, e dalle stesse élite delle big corporation.

Il buio oltre la siepe?

Quando Donald Trump afferma che a Pittsburgh (uno dei nomi di città più diffusi negli Stati Uniti d’America) gli immigrati haitiani mangiano i cani e i gatti dei locali cittadini non è solo espressione del razzismo sistemico e del razzismo della componente bianca europea che ha goduto del vantaggio sociale della supremazia bianca che ha unito in un tutt’uno middle class e working class, ma è anche l’espressione della distanza crescente che separa la psicologia di massa dalle grandi corporation americane, che attraverso il loro potere economico controllano i media e orchestrano la narrazione mediatica. Una psicologia che si riflette in politica e che avoca al popolo il controllo del governo, dunque al popolo del movimento Maga e al suo Presidente eletto. Laddove il presuntuoso europeo democratico liberale vede l’ignoranza di Trump, viceversa andrebbe notata la connessione sempre più stretta tra umore sociale, il vettore del partito di massa del Maga e il neo presidente.

   Quindi non ci stupiscono affatto le prime enunciazioni programmatiche di Donald Trump: riaffermare l’autorità dello Stato nelle mani del Presidente e procedere a un’ epurazione nelle istituzioni dello Stato, negli strati della burocrazia federale e nei servizi dell’Intelligence americana – FBI, CIA e servizi di sicurezza di competenza del Pentagono – ; e avviare a una deportazione di massa degli immigrati clandestini. Una dichiarazione programmatica che per quanto concerne i primi punti rischia di mettere in forte disequilibrio l’assetto costituzionale facendo oscillare il saldo castello, mentre, circa la deportazione, metterà in seria crisi i farmer americani il cui reddito per il 60% deriva dal sostegno del governo federale e per il resto dall’uso crescente di mano d’opera immigrata anche minorile a regime di nuova schiavitù. Promettere una nuova “golden age” per l’America come l’ha preannunciata Trump riagganciandosi alle origini della politica isolazionista dell’America giovanile è impossibile per l’esaurimento dei fattori storici materiali che la determinarono e resero possibile.

    Facciamo una brevissima digressione: il ceto medio nel modo di produzione capitalistico sussume un atteggiamento ondulatorio dato dall’andamento dello sviluppo dell’accumulazione capitalistico.  Dunque è fattore di ascensore sociale nella fase di crescita dell’accumulazione e dei consumi, mentre diviene fattore di instabilità sociale e politica nelle fase di crisi. In Italia abbiamo avuto un esempio molto significativo: il berlusconismo a seguito dell’implosione dell’Urss e l’immissione sul mercato di due forze propulsive complementari: da un lato l’oro della Russia per avere le nuove tecnologie e un giovane proletariato dell’est europeo affamato e desideroso di arrivare a ottenere le stesse condizioni della classe operaia dei grandi paesi dell’Europa occidentale. Dunque un rilancio straordinario dell’accumulazione che gonfiò come un rospo il  ceto medio. Si trattava di una breve parentesi, tanto è vero che ad esso seguì una clamorosa crisi sociale e politica da cui scaturì il Movimento dei 5 Stelle di Grillo e Casaleggio. E oggi in crisi e sballottato da destra a sinistra sempre in una collocazione dubbia.

   Questa digressione ci è servita per mettere sotto il naso dei più illusi che non è più tempo per una espansione dell’America attraverso l’isolazionismo i cui fattori propulsori furono la corsa verso l’Ovest e ai suoi giacimenti d’oro e di petrolio in Alaska, capaci di attirare quell’enorme immigrazione europea in crescita demografica tumultuosa. La rotta del valore verso il Pacifico non è più “vergine”, ma è contrastata da una capacità concorrenziale della produzione di merci e di capitali da parte della Cina e dell’Asia. Mentre l’unico surplus di immigrazione che preme agli immediati confini è proprio quella nera caraibica e di giovani da Haiti che in altro tempo della storia, nel 1791, fecero assaggiare le lame della rivoluzione negra ai coloni e rivoluzionari bianchi francesi. In sostanza il sogno americano è lungi dal poter essere resuscitato per la massa decisiva della middle class e working class americana, la stagione protezionista inaugurata da Trump nella stagione 2016 e 2020 nei confronti dell’Asia si era già dimostrata appunto penalizzante per l’economia rurale che prevalentemente produce per l’esportazione in Asia, così come la Cina è il terzo output delle esportazioni statunitensi mentre quello complessivo verso l’Asia supera quello verso la UE e l’Europa ed è in crescita continua. Tolto il velo dell’euforia da vittoria si cela profonda inquietudine, timori e scenari foschi.

   Il senso di smarrimento è diffuso nella stessa working class americana o quel che ne rimane, la quale sente scivolargli dalle mani la consolidata appartenenza alla middle class più generale fuori dalla fabbrica, una condizione garantita da un lungo ciclo tumultuoso e violento dello sviluppo dell’accumulazione e dall’architrave del razzismo sistemico. Lo si è colto in maniera evidente nel corso dello sciopero dell’intero comparto degli Auto Workers di un anno fa. E’ sicuramente stato il più grande della storia di questo ramo di industria – la cui straordinarietà è data appunto dalla centralità che l’industria dell’auto ha assunto nel passato all’interno del modo di produzione –, così come non c’è alcun dubbio che sia stato anche un flop da annoverare nella storia delle sconfitte del movimento operaio occidentale. Partito con le roboanti affermazioni di “guerra di classe” da parte delle leadership sindacali dei lavoratori impiegati in una industria decotta, atomizzata e delocalizzata in Latino America e in Oriente, sottoposta a una feroce concorrenza con le produzioni dei mercati asiatici, il terreno reale della battaglia era ben rappresentato dai cartelli sventolati ai picchetti e alle manifestazioni a Detroit – Michigan – e in Ohio: « salviamo l’american dream », « i lavoratori hanno costruito il Michigan e la Union ha fatto la middle class ». Il risultato non poteva che essere il peggior compromesso corporativo tra la forza lavoro e il capitale, entrambi privi di orizzonti di slancio. Il risultato che da un lato ha messo la pietra tombale per le generazioni di giovani operai e in particolare delle operaie di colore circa l’aspettativa di ascesa nella middle class e di accesso al sogno americano e che adesso si trovano a fronteggiare in ordine sparso gli esuberi annunciati negli stabilimenti del Michigan e dell’Ohio da parte di GM, Ford e Stellantis; dall’altra ha reso contraddittorio e più complicato il piano di ristrutturazione che servirebbe per dare slancio alla produttività e alla competitività nei confronti del mercato asiatico e cinese.

   Ma cos’è il perno dell’American Dream e perché è in crisi? Il sogno americano è la capacità di accesso alle merci da parte della massa decisiva del popolo, dove lavoratore e piccolo borghese si definiscono nella società attraverso la propria capacità di comporre il popolo consumatore indistinto. Una capacità irrorata dalla rapina imperialista fuori e dal razzismo sistemico all’interno che ha premiato in particolar modo la working class bianca. Una volume deciso della domanda interna che da un lato consentiva la realizzazione del valore in profitto, dall’altro dando impulso al mercato nazionale in termini di volume di consumo di merci andava a compensare quell’enorme sovrapproduzione di capitale (sotto forma di merce, sotto forma di capitali fissi e sotto forma monetaria) che la grande produttività americana realizzava.

Di fronte alla necessità di dover investire laddove c’era più possibilità di plusvalore per via di una mano d’opera dal costo concorrenziale, quel potenziale serbatoio è stato sostenuto per decenni attraverso il debito, fino al punto che il debito stesso del cosiddetto popolo consumatore è divenuto una merce negli scambi sui mercati finanziari mondiali. Il circuito del debito e la proprietà sugli interessi è divenuta una merce scambiabile sui mercati borsistici. Un meccanismo infernale che è giunto al capolinea affossando il sogno americano di ascesa alla middle class indistinta. In sostanza l’American dream è vittima dello stesso processo che l’aveva determinato. Con lo sbriciolamento materiali delle fondamenta del sogno americano, in rapida successione e a partire dal periodo inaugurato dal coronavirus, ha iniziato a vacillare e mostrare crepe un secondo e fondamentale archetipo sociale che ha scosso e divaricato l’America nel profondo: quello della bianchezza in settori crescenti delle nuove generazioni di bianchi europei e in particolare tra quelli addetti alla gig economy che si è materializzato nel movimento di George Floyd. Un movimento sociale spontaneo che ha fatto anche venire alla luce le prime crepe all’interno dello Stato federale, episodi di disobbedienza agli ordini della Casa Bianca da parte di alti ufficiali del Pentagono, difficoltà dei Governatori ad impartire ordini alla Guardia Nazionale chiamata a istituire il coprifuoco in 30 città, la scesa in strada di milizie razziste armate (a Seattle, a Portland, ad Atlanta e a Kenosha). Un movimento che nel suo naturale riflusso e ripiegamento ha voluto sconfiggere Trump col voto facendo registrare a favore di Biden – che è noto per non essere un progressista di sinistra – un record di consenso elettorale tra le donne, gli afroamericani e i settori giovanili delle comunità ispaniche che nemmeno Obama era riuscito a ottenere. Una sconfitta del trumpismo prima maniera che si è realizzata al di fuori delle regole elettorali e che si è poi conclusa con l’assalto al Capitol Hill il 6 gennaio 2021.

   Poi è arrivato il secondo shock che ha sconvolto l’America, quello della ritirata indecorosa dall’Afghanistan e la scena della fuga scomposta dell’esercito americano da Kabul in diretta e in mondo visione. Scene che hanno colpito l’immaginario della psicologia delle masse dei ceti medi, che hanno correttamente intuito quanto quella sconfitta fosse stata più pesante di quella nel Vietnam. Infatti, quando nel lontano 30 aprile del 1975 i marines si ritirarono da Saigon per l’impossibilità di vincere la resistenza vietanamita, alla sconfitta militare seguì immediatamente una vittoria strategica sul piano più generale: l’apertura della Cina ai capitali Occidentali e in particolar modo a quelli degli Stati Uniti suggellata dall’incontro tra il Presidente Repubblicano Nixon e Mao Zedong. Mentre il 31 agosto del 2021, viceversa, si è consumata una ritirata su tutti i fronti, incluso quello decisivo di fronte alla avanzata capacità di penetrazione dei capitali finanziari cinesi nell’Asia occidentale e soprattutto nel cuore dell’Africa. In sostanza una serie di colpi ravvicinati interni ed esterni, che hanno messo in evidenza che l’enorme capacità finanziaria degli USA diviene volatile se non è commisurata alla capacità perduta di produrre e esportare quei capitali fissi in macchinari necessari ai mercati in crescita – e in crescita demografica – quali l’Africa e l’America Latina. Un braccio di ferro tra una potenza post industriale ma dall’enorme riserva di capitale accumulato che non domina più la produzione “di macchinari che producono macchine” e che a forza di sostenere il consumo tramite l’indebitamento si trova a corto di materie prime, caratterizzando sullo scenario dell’aggressività imperialista un quadro di confronto armato contro quella serie di paesi, in particolar modo contro la Russia, che viceversa sono ricchi di materie prime e di minerali che costituiscono l’anello principale per la produzione delle nuove tecnologie. Non è un caso che nemmeno pochissime stagioni fa le banche americane che offrivano capitali di credito per avviare le startup tecnologiche siano fallite e quei capitali di joint ventures siano anche sparite dalle disponibilità per l’industria tecnologica israeliana (che ha registrato nel primo semestre del 2023 la diminuzione di investimento proveniente da capitali esteri pari al 60% rispetto all’anno precedente). E non è un caso che dal conflitto Russo Ucraino al Mar Rosso i droni russi e iraniani riescono ad avere la meglio sulle dotazioni militari occidentali.  

   L’America è di fronte a un bivio. Già con la rivolta a seguito dell’uccisione di George Floyd, si ebbe un riverbero nelle prime settimane in Gran Bretagna, Australia, Belgio, Francia e Olanda, si assistette al gesto di massa dell’abbattimento delle statue dei navigatori eroi europei esploratori dei mari. Da Cristoforo Colombo a James Cook nelle piazze americane e di parte del mondo Occidentale (sia nella vecchia Europa che nei territori colonizzati dalle nazioni europee) le statue venivano tirate giù in gesto fortemente simbolico di messa in stato d’accusa l’ideologia dell’illuminismo e la narrazione dominante della storia che sia stata la superiorità del libero arbitrio dell’uomo bianco europeo a fabbricare la cosiddetta civiltà occidentale. Dopo 4 anni di torpore e di apparente letargia il 7 ottobre 2023 un atto rivoluzionario ha suonato ancora più forte e più chiaro contro l’intero Occidente e la sua civiltà. Il 5 novembre di fronte al bivio e alla opzione che per i liberisti e democratici è ricorrente, ossia che la democrazia Occidentale va difesa ad ogni costo e anche a costo di un genocidio in corso, non ha attecchito tra quei giovani americani che dal 7 ottobre 2023 al 5 novembre 2024 si sono battuti per la Palestina.

   Scongiurare la vittoria di Trump e difendere i valori della democrazia sacrificando la Palestina accodandosi al meno peggio? Una opzione che il fragile e contraddittorio movimento non ha ritenuto di condividere rispendendo al mittente l’offerta. La candidata democratica non solo non è riuscita fare il bottino record che consentì a Biden – grazie alla rivolta per George Floyd – di battere il trumpismo prima maniera, ma ha perso soprattutto tra quelle fasce giovanili composte da donne, ragazze e ragazzi delle comunità di colore e tra le comunità arabo americane (in particolare dello Stato del Michigan) che garantirono ai Democratici nel 2020 la conquista degli Stati chiave per la Casa Bianca.    Conclusione: si apre una fase decisamente rivoluzionaria, che fa carta straccia del passato storico che sembrava statico e inossidabile. A chi dice “si vabbè, ma il soggetto rivoluzionario dov’è?”, ribadiamo che la storia non è storia della lotta tra le classi ma il processo storico deterministico del rapporto degli uomini con i mezzi della produzione di cui le classi sociali sono solo un riflesso. Tant’è che non esiste un soggetto rivoluzionario che possa prendere coscienza di sé, che sarebbe come a dire che una classe esiste al di fuori del rapporto e del ruolo cui è costretta ad agire nelle più generali leggi impersonali che determinano la produzione e il necessario scambio. L’edifico deve prima iniziare a franare e a crollare per poter aprire una prospettiva nuova su come costruire un edificio altro e per quale fine. La casa seppure ancora appare integra gli architravi dell’edificio iniziano a scricchiolare sonoramente: 25 maggio 2020, 31 agosto 2021, 7 ottobre 2023… Tempo al tempo, la storia ha tempi propri che non corrispondono alle idee degli uomini.

ALGAMICA, Roma novembre 2024

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