Constatiamo che gran parte della sinistra stia guardando alla risposta militare dell’Iran nei confronti delle provocazioni armate di Israele secondo le valutazioni di Alessandro Orsini, che definisce il bombardamento dello Stato ebraico con centinaia di droni e missili come una colossale messinscena, suffragando questa deduzione con il fatto che la ritorsione della Repubblica Islamica all’azione terroristica di Israele a Damasco fosse stata preannunciata e comunicata. Solo che il famoso studioso di geopolitica non comprende la sostanza delle cose perché guarda i fatti con la lente superstiziosa dell’Occidente.
Tanto per larghi strati delle masse arabe e per i palestinesi, quanto per i residenti ebrei israeliani, l’avvenimento è stato una novità. Una novità che scuote e esalta i primi, preoccupa e deprime i secondi. La cosiddetta deterrenza ha il suo significato: nessuno mi attaccherà mai perché avrà assoluto timore della mia terrificante risposta. Israele sta dispiegando a Gaza e a West Bank la sua furia genocida anche con l’obiettivo di riaggiustarla dopo che essa era già stata incrinata e messa in discussione la sua inviolabilità il 7 ottobre dalla sacrosanta e giusta resistenza dei palestinesi. Nei giorni appena precedenti all’attacco iraniano lo sciame razzista dei coloni ha imperversato nei villaggi palestinesi vicino Ramallah, Nablus e Gerusalemme come mai negli ultimi mesi. L’IDF tra il 13 e il 14 aprile ha scientificamente bombardato le migliaia di palestinesi che attraversavano la Striscia per fare ritorno nel nord di Gaza lungo la via Al Rasheed. Ma ogni volta che le forze militari di occupazione sionista credono di aver fatto tabula rasa, ricevono l’inaspettata reazione della resistenza dei palestinesi capace di rispondere sempre colpo su colpo. Tant’è che per certi aspetti è vera l’affermazione del Mossad che i negoziati per il cessate il fuoco falliscano per l’intransigenza di Hamas e della resistenza unificata. La resistenza palestinese infatti chiarisce in comunicati diffusi a Gaza e in tutta la Palestina che non accetteranno mai un accordo che significa una concessione sul piano politico di quanto viceversa Israele non riesce a ottenere sul piano militare. In questo quadro la ritorsione iraniana è un precipitato e precipitatore della crepa che si è aperta nella deterrenza di Israele che non fa più tremare i polsi alle masse palestinesi e alle resistenze sciite proprio in virtù di quanto sta avvenendo a Gaza, in Cisgiordania e anche nel quadro composito della generale mobilitazione internazionale per fermare il genocidio. Ma soprattutto in virtù del fatidico 7 ottobre 2023. Israele per ricucirla deve ricorrere perfino all’aiuto di quelle nazioni sunnite come la Giordania che si accodano al club dei criminali USA, Gran Bretagna e Francia (sostenuti politicamente dagli Stati delle UE) per intercettare nei cieli mediorientali i droni iraniani. Rampini, sul Corriere della Sera sragiona a causa del suo odio verso i popoli arabi e musulmani, esultando per il “successo politico” della strategia politica-militare adottata da Israele, insistendo sul fatto che lo stato ebraico da un lato abbia intercettato il 99% dei droni, che dall’altro abbia raggiunto il suo scopo politico: costringere l’Iran a uscire allo scoperto e di non poter delegare più ai “suoi proxy” – Hezbollah, Houthi, Hamas – la sua iniziativa “anti israeliana”, dunque finalmente esposto alla reazione e punizione da parte della nazione ebraica e dell’Occidente. La lettura di Rampini è davvero strampalata, perché di fatto è stato il 7 ottobre a far precipitare le cose e non l’atto terroristico dello stato sionista a Damasco. Israele si è trovato costretto a bombardare la sede diplomatica dell’Iran perché, nonostante il genocidio in corso, incapace di uscire vittorioso dalle macerie di Gaza, e si trova in disperato bisogno dell’intervento diretto delle forze militari degli Stati Uniti e del club dei briganti occidentali. Certamente Stati Uniti e il club dei complici del genocidio si sono schierati compatti a difesa del suolo israeliano, ma ora sono preoccupati di rimanere risucchiati in un vortice che non riuscirebbero a governare e a prevedere il moto sussultorio della storia. Nel Mar Rosso non riescono a venire a capo della ribellione della piccola nazione yemenita e degli Houthi che estende la sfida alle rotte mercantili andando ad aggravare l’economia di Israele e dell’Europa. Se il 7 ottobre non fosse bastato, la ritorsione iraniana chiarisce agli occhi dei palestinesi che tutta la deterrenza di Israele accumulata nella fase ascendente dell’accumulazione mondiale a poco serve per paralizzare il moto necessario della ribellione all’ordine imperialista e colonialista. La riconferma dello scricchiolare della deterrenza israeliana si farà certamente sentire sui tavoli del negoziato tra Hamas e la resistenza dei palestinesi da un lato e Israele e l’Occidente dall’altro sicuramente a favore dei primi e non dei secondi.
Il 7 ottobre, al di là delle prospettive e delle strategie concepite dai palestinesi all’immediato, di fatto ha rappresentato una sfida all’intero occidente, che per moto causale va a inserirsi nel solco di scomposizione dell’intera area mediorientale. Abbiamo sempre sostenuto e riflettuto che la questione palestinese non troverà soluzione senza sovvertire l’intero quadro del Medio Oriente infiammandolo. Una tendenza in marcia che si dà attraverso linee vettoriali caotiche, che in virtù della corrosione della catena mondiale della accumulazione del valore trova, novità non da poco, il suo riverbero fin dentro l’Occidente chiamato a pagare il saldo della storia, costretto a fare anche i conti con una mobilitazione internazionale diffusa, composita e persistente, che va guadagnando una forza politica superiore ai numeri immediati che essa sta mettendo in campo. Israele, che sta dispiegando enormi risorse finanziarie, economiche, militari anche a discapito della sua produttività economica per portare a completamento il genocidio e la pulizia etnica della Palestina, non solo non sta recuperando la deterrenza ferita, ma nemmeno riesce a far marciare coesa nell’apartheid la composita società israeliana, che viceversa si disunisce mentre diviene realistica la possibilità dell’allargamento dello scontro all’intero Medio Oriente.
Sebbene abbiamo assistito a una azione di uno stato, l’Iran, che certamente non fa e non potrà fare sul serio, è un elemento oggettivo favorevole che l’attuale partita non rimanga anche sul piano immediato militare confinata al recinto dell’apartheid di Gaza e della Cisgiordania, perché una eventuale escalation non potrà che mettere alla frusta le debolezze fondamentali di Israele e soprattutto dell’Occidente che lo sostiene.
Altro che ingenuità delle masse palestinesi nell’aver esultato in occasione della ritorsione iraniana nei confronti di Israele, come può ritenere il democratico occidentale accecato dal pregiudizio storico del colonialismo europeo nei confronti delle popolazioni che ha sottomesso per secoli fino ai giorni d’oggi. Per citare quanto il giornalista libanese Hassan Illaik ha scritto il 15 aprile a commento, viceversa “questa è la storia che si fa davanti a noi, in diretta”.
[https://x.com/Hasanillaik/status/1779357177024549075]
Noi aggiungiamo essa è un moto impersonale, che si riflette anche nel coro delle masse palestinesi quando intonano “Allah è il più grande” alla vista delle scie luminose dei droni e dei missili sorvolare i cieli della Palestina e la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, non una superstizione religiosa, bensì la rappresentazione materiale della lotta e della speranza per la giustizia universale degli oppressi e degli sfruttati, in sostanza la necessità vitale della rivoluzione che emergere attraverso le pieghe del caos generale di una crisi inarrestabile.
